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Emiliano era stato pressato da Conte in persona a varare la parità di genere. E per il governatore uscente, in piena campagna elettorale per il bis, non è una batosta da poco non essere riuscito a dimostrare a tutto il Governo e al «suo» Pd che la sua maggioranza tiene quando viene chiamata a varare norme ritenute ineludibili

La prospettiva di un contenzioso a oltranza tra Stato e Regione

All’1.36 dell’altra notte si è forse giocata davvero l’ultima partita per la doppia preferenza di genere, ovvero l’obbligo dell’elettore di alternare un uomo e una donna nelle crocette da apporre sulla scheda elettorale. O meglio, si è giocato l’ultimo - vano - tentativo (dopo quello andato in fumo nella legilsatura Vendola) di dimostrare al Paese che, sì, l’autonomia legislativa delle Regioni ha ancora un senso. In realtà, questa volta, il contrappeso è decisamente più pesante rispetto allo stop subito da Vendola (2012): Emiliano, poche settimane orsono, era stato pressato da Conte in persona a varare la parità di genere. E per il governatore uscente, in piena campagna elettorale per il bis, non è una batosta da poco non essere riuscito a dimostrare a tutto il Governo e al «suo» Pd che, dritta o storta, la sua maggioranza tiene quando viene chiamata a varare norme ritenute ineludibili.  

Certo, le colpe saranno addossabili all’opposizione (mai come in questa occasione dimostratasi scaltra e strategica), quel centrodestra «maschilista e misogino» cui si è rivolto nell’aula del consiglio - senza tanti giri di parole - il governatore. Ma la sua Regione, la sua Puglia, ha mancato l’occasione ed ora toccherà proprio al Governo che gliel’aveva consegnata su un piatto d’argento rimediare con un decreto d’imperio in sua sostituzione. Una sorta di «commissariamento», seppure solo sulle regole elettorali, che getta un’ombra sulla fine di questa legislatura regionale.

A ben vedere, però, le responsabilità non sono certo solo del presidente della Regione (tra l’altro privo di poteri esclusivi). Quella presunta maggioranza che avrebbe dovuto sostenere la sua azione in questo quinquennio non ha quasi mai risposto compatta alla «chiamata alle armi»: quasi sempre in ordine sparso, spesso assente sui banchi del consiglio al momento della conta (quante sedute sospese per mancanza di numero legale in questi 5 anni!), è apparsa ai più riottosa a rispondere con convinzione ai desiderata della giunta Emiliano. Perché avrebbe dovuto farlo ora, dunque, visto che era chiamata a ridurre il peso dei «maschietti» per far posto alle «femminucce» nel prossimo emiciclo? E poi, c’è lo «sfregio» dell’emendamento votato con larga maggioranza (dunque dalle opposizioni e dai malpancisti del centrosinistra) che mette un altolà alla candidatura dell’epidemiologo Lopalco. Già proprio lui, il coordinatore della task force anti-coronavirus con la passione per la chitarra elettrica al quale lo stesso Emiliano, pronto a rinunciare alla delega che ha tenuto per sé in tutta la legislatura, ha promesso di affidare la sanità una volta eletto. Sia la promessa, sia la fama acquisita dall’epidemiologo durante i mesi di lockdown, non devono essere piaciute ai consiglieri di centrosinistra, che invece la campagna elettorale se la dovranno sudare se vogliono riguadagnare lo scranno di via Gentile.

In una parola, dopo i vari incidenti di percorso in aula di questi 5 anni - sinora ben «digeriti» dal governatore - questa mazzata finale proprio non ci voleva. Non a caso, tutti gli sfidanti - da Scalfarotto a Fitto - non si sono risparmiati nel cavalcare l’onda, con il convinto ministro emilianista Boccia costretto a correre ai ripari (a lui si deve il monitoraggio del Governo che svelò la Puglia «maschilista» nelle urne rispetto alle altre Regioni), forse già in queste ore con un decreto.

Dubbi E qui sorgono gli altri dubbi legittimi che si aggiungono al caos determinato dall’ultima seduta consiliare della legislatura. Perché un decreto del governo abbia efficacia devono passare 60 giorni (quelli utili alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale). Dunque sin da ora, laddove il Consiglio dei Ministri dovesse decidere n tal senso, sappiamo che le date del 20-21 settembre per le votazioni non sarebbero più rispettabili e occorrerà slittare a ottobre le elezioni in Puglia. Se ci aggiungiamo che le scuole (in gran parte destinate alle votazioni) riapriranno il 24 settembre, si comprende bene a quale pasticcio (logistico) rischia di andare incontro la Puglia.

Ecco perché il centrosinistra ha commesso un errore ad abbandonare il Consiglio quando, subìta la sconfitta sull’emendamento anti-Lopalco, ha deciso di mollare la rete. Le opposizioni, forti di una mediazione offerta (quella di rinunciare a 1.964 emendamenti e di approvare la sola legge sulla doppia preferenza, senza altri «fronzoli» aggiunti al ddl e a rischio di costituzionalità) ha ora gioco facile nello scaricare la responsabilità della mancata riforma sulle spalle del governatore. Ma può essere vero anche il contrario: ossia che il centrodestra passi per nemico delle donne in lista.

Insomma, dei titoli di coda che, tutto sommato, la Puglia non meritava, unica - tra le Regioni che andranno al voto a settembre - a non essersi adeguata alla normativa nazionale. Emiliano, che certo non è uno disponibile a fare da pungiball tra i contendenti, affida a facebook l’assunzione della responsabilità politica della vicenda. E c’è da aspettarsi che dopo questo finale, ci siano dei titoli di coda successivi, quando cioè si tratterà di cancellare dalle 14 liste che lo sostengono quei dieci «maschietti» ribelli della maggioranza consiliare per far posto alle «femminucce» da candidare, con o senza legge. L’uomo non è solo pugile ( enon pungiball), ma quando vuole anche vendicativo.

A voler trarre un’analisi anche dal merito della vicenda, questo pasticcio rischia di far infrangere un altro sogno perseguito dal premier Conte: nella sua regione, che ancora non si era adeguata all’alternanza uomo/donna e che ora si trova costretto a «commissariare» con un decreto, avrebbe voluto (magari dopo le elezioni) suggellare l’intesa giallorossa con un’eventuale conferma di Emiliano presidente. Ovvero, un’intesa post-elettorale tra lui e la candidata presidente Laricchia (fortemente voluta dai grillini duri e puri, da Di Maio a Crimi) che potesse dar vita alla creatura tanto amata e coltivata a Roma una volta chiuse le urne. E invece, è stato proprio l’emendamento dei «suoi» Cinque Stelle, quello che prevedeva l’obbligo di alternanza (60/40) anche nella composizione delle liste, pena l’annullamento (e non la semplice sanzione come ora), a far saltare i nervi al centrosinistra fino a sgretolare la faticosa maggioranza che avrebbe dovuto approvare la riforma elettorale complessiva. Il rinvio dell’obbligo al 2025 (questa la mediazione trovata) non ha mutato i numeri al momento della conta. Una beffa, ma anche un segnale da non trascurare sul prossimo quinquennio, chiunque vinca la partita delle urne.

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