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ANALISI

Un futuro più giusto una società più sicura

C’è il rischio che il malcontento e la protesta, alimentati dalla crisi che deriva dall’epidemia di coronavirus, possano innescare la rabbia sociale

Dall'opposizione al Governo il passo non sarà breve

Giovanni Valentini

C’è una grossa nube che incombe all’orizzonte del prossimo autunno. Ed è il rischio che il malcontento e la protesta, alimentati dalla crisi che deriva dall’epidemia di coronavirus, possano innescare la rabbia sociale. Un’incognita che grava sul futuro del governo Conte e di tutto il Paese.

Il fatto è che l’emergenza sanitaria ha provocato un’emergenza economica senza precedenti, danneggiando la produzione industriale e l’occupazione; colpendo i ceti meno abbienti, in particolare i sette milioni di lavoratori precari; e accrescendo così le disuguaglianze tra i più garantiti e i meno garantiti. Chi invoca il ritorno alla “normalità”, come se fosse un esorcismo per scacciare il malocchio, non ha ancora compreso evidentemente che il virus ha cambiato la nostra vita per sempre e nulla sarà come prima.

Eche, anzi, è necessario immaginare un “nuovo inizio”, una svolta per modificare radicalmente le condizioni “quo ante” e costruire un futuro più giusto e una società più sicura.
Se non proprio il senso di responsabilità e di solidarietà, basterebbe dunque una forma di sano egoismo per cercare una via d’uscita da questa crisi epocale, nel segno dell’equità e della giustizia sociale. Nessuno può illudersi di annullare o azzerare le disuguaglianze che separano il Nord e il Sud del mondo, i Paesi ricchi e quelli più poveri. Né tantomeno ciò sarebbe possibile nell’Italia contemporanea. Ma questo non impedisce affatto di perseguire l’obiettivo di ridurle il più possibile, evitando magari che i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Perché diciamo “sano egoismo”? Per il semplice motivo che un tale processo non interessa soltanto i meno abbienti, le categorie più svantaggiate, i precari o i disoccupati; ma coinvolge anche i più abbienti, per prevenire l’esplosione della protesta o della rabbia sociale, per mantenere l’ordine e l’equilibrio all’interno della comunità nazionale. Sano egoismo, come dire calcolo di convenienza, valutazione di opportunità, scelta di ragionevolezza, nel segno di un progetto riformatore e progressista.

Lo illustra lucidamente l’economista Luciano Barca, ex ministro della Coesione territoriale nel governo Monti, nel suo nuovo libro “Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale” (Il Mulino), scritto a quattro mani con Patrizia Luongo. Oggi Barca, uno degli intellettuali di maggior spicco della sinistra italiana, presiede il gruppo di coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità, promosso da otto organizzazioni di cittadinanza attiva, tra cui la Caritas e Legambiente. E impegna anche due milioni di persone che lavorano nel volontariato.

Sono due – spiega l’ex ministro in un’intervista a Millennium, mensile del Fatto Quotidiano - le crisi di cui il Covid-19 è l’interfaccia: quella ecologica che riguarda l’intero pianeta e quella delle fragilità e delle disuguaglianze sociali. Quando si parla di ingiustizie, non si parla solo delle differenze di reddito, quanto di scarso accesso alla conoscenza, di vivere in un quartiere periferico o in un’area marginalizzata, di non avere accesso al digitale, di sopravvivere in un ambiente degradato, di essere curati peggio degli altri. E per ciò che riguarda specificamente l’Italia, Barca indica “il Sud in primo luogo, ma anche vaste aree industriali dismesse, le periferie delle città, le zone interne, i paesi in via di spopolamento, molte fasce montane”.

C’è una visione “politica”, nel senso più nobile del termine, che ispira questa riflessione. E discende dalla “polis” greca, la comunità prodotta nell’antica Atene dall’aggregazione dei villaggi di un’intera regione come l’Attica. Ai nostri giorni si tratta di ricomporre interessi, esigenze, necessità, aspettative, per formare una collettività più omogena e coesa, più uguale o meno disuguale. Una società, appunto, più giusta e sicura. Per scongiurare il pericolo di una regressione civile, tenendo – come auspica Barca e noi con lui – “il malcontento sotto la soglia della rivolta”.

Che cosa propone, dunque, il Forum in concreto? “Di accrescere l’accesso alla conoscenza e indirizzare la trasformazione digitale alla giustizia sociale e ambientale. Di orientare e sostenere servizi fondamentali, nuove attività e buoni lavori, prima di tutto nei territori marginalizzati. Di dare dignità, tutela e partecipazione strategica al lavoro, in un nuovo patto con le imprese. Di accrescere la libertà dei giovani nel costruirsi un percorso di vita e contribuire al futuro del Paese”. E infine, “di favorire una rivoluzione operativa che porti qualità e metodo nelle amministrazioni pubbliche”.

Più che un programma di governo, è un nuovo progetto di società. Secondo il pensiero di Barca, “serve cambiare il ‘senso comune’ che porta a credere che le disuguaglianze siano inevitabili e immutabili”. Può anche sembrare un “libro dei sogni”, ma senza una visione complessiva la politica rischia di ridursi all’amministrazione giorno per giorno della cosa pubblica. E sappiamo bene che così diventa spesso cattiva amministrazione, piccolo cabotaggio o addirittura malaffare e corruzione.

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