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Non è allarmismo, è realismo. Ci sono ancora troppi lati oscuri sul Covid-19, abbassare la guardia potrebbe costare caro. Quando la situazione è critica e il danno è grave, la risposta è quella di difendersi. In principio tutti sono d’accordo, ci si informa, si è consapevoli e si adottano - o si fanno adottare - comportamenti efficaci. Così come tutti sono d’accordo sulla constatazione che, per approntare mezzi adeguati, è necessario sapere e capire di quale natura è il danno che incombe. Ecco, del nuovo virus che ha ucciso migliaia di italiani e, in misura minore, continua a ucciderli, si sa ancora poco, forse niente, viste le liti in diretta tivù tra virologi e massimi esperti.

Ed è qui che iniziano i problemi degli esseri umani, specie dotata sì di razionalità ma di capacità limitata e soprattutto di memoria pari a zero. Il coordinatore delle terapie intensive lombarde Antonio Pesenti tempo fa dichiarò che l’attuale epidemia «assomiglia alla Spagnola alla fine della Prima guerra mondiale»: «supponiamo che 1/3 degli italiani venga contagiato se il 3% di venti milioni muore significa 600mila morti, quelli della Prima guerra mondiale».

Metafore e concetti significano qualcosa, non sprechiamoli. Non dovremmo sprecarli, soprattutto in questo momento in cui la politica litiga su questioni che non conosce, e ci si azzuffa ormai quotidianamente sul se e come prolungare lo stato di emergenza in un Paese in cui l’emergenza, quella sanitaria almeno, è sbiadita ma resiste e minaccia sorprese macabre da adesso a qualche mese. Che poi non è solo una questione ospedaliera, in un’Italia in cui la Medicina è stata ridotta allo stremo da errori, affari oscuri, tagli indiscriminati, ovvero da quando si è fatta politica.

Tra le consapevolezze che dovrebbero avere gli italiani ci dovrebbe essere un faro: se in autunno l’epidemia riesplodesse - probabile, secondo gli esperti - un nuovo lockdown ci porterebbe ai tempi della clava. L’alternativa ci sarebbe, far finta di nulla e riprendere a contare i morti da virus, cui, com’è già avvenuto fino a poche settimane fa, si aggiungerebbero i non curati di altre patologie.

Per questo l’euforia che ha colpito gli italiani, unita al menefreghismo di chi dovrebbe vigilare, fa male. Le spiagge, pubbliche e private, fatte le debite rare eccezioni sono tornate quel carnaio tipico delle estati migliori. Anzi, più siamo meglio stiamo, sembrerebbe. Ristoranti e pizzerie, fatte le debite rare eccezioni, sono affollati come non mai. Se uno circola con la mascherina sul volto è un marziano, o un folle; i giovani sognano e organizzano viaggi in un mondo oltreconfine che sta vivendo ora il peggio della pandemia. Per strada ci si abbraccia e - i più fortunati - bacia. Tornano le feste, gli happy hour, i rave. E fanno quasi tenerezza, tanto sono abbandonati e soli, i pochi dispenser di disinfettante davanti a locali e negozi.

La scienza s’è fatta tirare per la giacchetta dalla politica: basta allarmismi, che pure ci sono ma portano immediatamente e irrimediabilmente alla patente di menagramo. Poi scoppiano di frequente focolai e il ministro della Salute ricorda di non scordare le regole base. Speranza forse non ha notato un piccolo particolare: le regole - compresa la mascherina obbligatoria nei luoghi chiusi - restano in vigore almeno fino al 31 luglio, ma nessuno le fa più rispettare a chi - gli italiani - è antropologicamente refrattario a qualsiasi norma. «Passata è la tempesta: Odo augelli far festa».

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