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Il giornalismo fa la storia e la lingua del Belpaese

Il giornalismo, come ogni altra attività, non è tutto rose e fiori. Anzi. Ma l'Italia aveva bisogno di chi raccontasse la sua storia senza paroloni e senza monumentalizzazioni

Il giornalismo fa la storia e la lingua del belpaese

Fa bene, benissimo, il presidente della Repubblica ad invocare più unità e meno divisioni nel Paese, in una fase assai grave come quella segnata dagli effetti della pandemia. Se un Paese non si ritrova insieme nei momenti cruciali che Paese è? Tutte le nazioni degne di questo nome abbandonano lo spirito di parte per condividere lo spirito unitario quando il nemico (militare) è alle porte o quando una tragedia sollecita una fratellanza e una sorellanza di sostanza, non già di circostanza. Ma, ecco il punto, come può, un Paese, approdare a una visione condivisa nelle ore più buie del presente se manca, al suo interno, persino una memoria (storica) condivisa sulle ore più buie del passato?

Intendiamoci. È assurdo pretendere una scrittura e una lettura univoche delle vicende storiche di un popolo. Ma è altrettanto singolare che su specifici fatti del passato, oggettivi e acclarati, che dovrebbero accomunare tutti nella narrazione e nel giudizio, al di là del credo ideologico personale e della passione politica collettiva, ci debbano essere tuttora più lacerazioni, più contrasti che tra opposte curve calcistiche. Invece, succede. Succede soprattutto, per non dire esclusivamente, nella complicata e rissosa Italia. Perché?

Gli è che la storia la conoscono ancora in pochi. E la conoscerebbero addirittura in pochissimi se, negli ultimi decenni, non ci fosse stata la benemerita opera di divulgazione svolta da alcuni giornalisti provvisti di una ricca biblioteca da sfogliare e studiare. Ciò non vuol dire che gli storici-storici in Italia siano più rari dei leoni in Alaska, ma solitamente l’accademia italiana ha scritto volumi fondamentali soprattutto per l’accademia, non tanto per il più vasto pubblico dei lettori. È toccato agli «storici del presente» (i giornalisti) trasformarsi negli «storici del passato» per colmare questa lacuna collettiva di conoscenze, che si traduce in una palla al piede per ogni tentativo di dar vita a una memoria nazionale condivisa.

Non è una novità, in Italia, scrivere, o parlare, solo per i propri colleghi, per la propria confraternita, anziché per tutti gli altri, profani e no. Accade in tutte le professioni e attività. Il corporativismo, nella Penisola, è un lascito che proviene dal Medio Evo, è stato aggravato dal fascismo, ed è tuttora vivo e vegeto, come un albero sempre verde. E quando si scrive solo per la propria cerchia professionale, anche il linguaggio ne risente: è quasi sempre iniziatico, incomprensibile, da addetti ai lavori, spesso burocratico. Un linguaggio accessibile, invece, verrebbe ritenuto, chissà perché, un linguaggio meno autorevole, meno prestigioso, meno tutto. Eppure la chiarezza espositiva richiede e denota più padronanza degli argomenti rispetto alla oscurità stilistica e all’opacità descrittiva. Eppure la chiarezza, nella scrittura, costituisce un punto di arrivo, non già di partenza. Nulla da fare. Se sei colto - nella convinzione tuttora prevalente in parecchi settori della cultura nazionale - non puoi, non devi esprimerti con linearità o con un lessico facilmente comprensibile. Altrimenti rischi di non essere giudicato profondo e, di conseguenza, rischi di alienarti il consenso dell’accademia. Né contribuisce a smontare il pregiudizio testé ricordato l’osservazione che altrove, ossia all’estero, non esiste un doppio linguaggio, quello per la massa e quelle per l’élite. Ma, come diceva il grande Albert Einstein (1879-1955), è più facile rompere l’atomo che spezzare un pregiudizio.

Meno male, dunque, che ha provveduto il giornalismo popolare - quello che ha cercato di divulgare con una prosa rapinosa la storia patria, narrandola per milioni di persone, non per un recinto ristretto di studiosi - a porre fine al muro terminologico tra autori e lettori, altrimenti il tasso di ignoranza avrebbe raggiunto vette spaziali.

Il giornalismo, come ogni altra attività, non è tutto rose e fiori. Anzi. Ma se c’è un merito da rivendicare, di cui il giornalismo italiano dovrebbe andare fiero e orgoglioso, il principale è quello di aver dato una lingua comune a tutto il Paese. Oddio. C’era stato Alessandro Manzoni (1785-1873) a fornire, con il suo romanzo nazionale, il vocabolario unitario all’Italia ritrovata. Ma Manzoni non venne letto dal grande pubblico, che rimase in larga parte analfabeta. Sarà, invece, lo strumento giornale l’arma decisiva per sconfiggere l’analfabetismo, di andata e di ritorno, e per ricucire linguisticamente lo Stivale.
L’altro ieri è venuto a mancare Roberto Gervaso. Giornalista smagliante, scrittore folgorante, di Gervaso si è inevitabilmente e prevalentemente ricordata la parentesi più mediatica della sua feconda esistenza. Noi siamo convinti, però, che l’opera di cui lui andava più soddisfatto fosse il progetto (realizzato con successo) di divulgazione storica avviato in coppia con Indro Montanelli (1909-2001) e proseguito da entrambi a firme disgiunte.

L’Italia aveva bisogno di chi raccontasse la sua storia senza paroloni e senza monumentalizzazioni. L’Italia aveva bisogno di chi traducesse e spiegasse per tutti trame e battaglie, conquiste e sconfitte, progressioni e regressioni, tresche e inganni, illusioni e disillusioni, miserie e nobiltà, senza cadere nella trappola della retorica (concettuale) e della vacuità (stilistica).
I Montanelli e i Gervaso sono riusciti a ridurre il distanziamento sociale tra storiografia e opinione pubblica, avviando un genere che ha fatto scuola e sopravviverà a loro, grazie proprio ai diversi epigoni prestati dal giornalismo.
Dobbiamo essergliene grati. Altrimenti, la memoria storica sarebbe risultata ancora più scombinata di quanto non lo sia tuttora.

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