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Alta velocità e asili nido: per il Sud è il solito danno

Ultime notizie: si tolgono i fondi a tutte le zone rosse (quelle del Sud comprese) per darli a 5 città del Nord

alta velocità

I fatti, dunque. Al Nord si finanzia un’altra linea di alta velocità ferroviaria, al Sud se ne finanzia una che di alta velocità ha solo l’etichetta. Così il Decreto Rilancio che dovrebbe rilanciare l’intero Paese. Invece si assegnano altri fondi (379,96 milioni di euro) all’alta velocità fra Milano e Venezia, cioè una parte del Paese in cui i treni da 350 all’ora ci sono già. E al Sud in cui non ci sono, si destinano fondi (40 milioni) per progettare e potenziare linee di alta velocità di rete (di rete) fra Salerno e Reggio Calabria e Taranto-Metaponto-Potenza-Battipaglia. Cioè massimo 200 chilometri all’ora. Se qualcuno ancòra si chiede cosa cambierà dopo il virus, la risposta è che tutto ricomincia come prima.

I fatti, dunque. E’ vero che dal 14 giugno Trenitalia (imitata da Italo) istituisce quattro corse dirette fra Torino e Reggio Calabria senza dover più cambiare a Napoli o a Salerno. Un passo avanti per ricucire il Paese e non impiegarci 14 ore. Ma sempre senza alta velocità. E mentre sulla linea adriatica si continua ad andare da Bari a Bologna in Frecciarossa col freno a mano. Ciò che fa perdere all’incirca un’ora (e figuriamoci chi parte da Lecce). Una discriminazione che continua anche fra Tirreno e Adriatico.

I fatti, dunque. Il Decreto Rilancio si occupa pure degli asili nido pubblici. Si deve sostenere il sistema da zero a sei anni, aggiungendo 80 milioni ai 239 già disponibili. Ma la ministra Azzolina vuole ripartirli presto fra le regioni, quindici giorni. Quindi si mette da parte il Piano pluriennale nazionale. Che non è però solo un documento burocratico, perché per la prima volta tentava di fare giustizia al Sud. Dove solo il 6 per cento dei bambini ha questi asili, di fronte al 25 per cento dei bambini del Centro Nord. Per fare in fretta, i bambini del Sud potrebbero continuare a nascere piangendo di più perché hanno capito che non saranno trattati come gli altri.

I fatti, dunque. Se esistono sempre due Italie, succede che anche ora una sia trattata peggio. Vedi la cassa integrazione in deroga, per le partite Iva, per il personale domestico. Se i lavoratori italiani sono per tre quarti al Centro Nord (77 per cento) e un quarto al Sud (23 per cento), è ovvio che la maggior parte dei 55 miliardi di aiuti vadano al Centro Nord. Diverso se la divisione si fosse fatta in base alla popolazione (34 per cento al Sud). Così un cittadino ricco di Varese avrà più di un cittadino povero di Crotone.

Conosciamo le cifre sull’alta velocità ferroviaria: 1583 chilometri al Centro Nord, 181 al Sud. Allora che fa uno Stato che voglia equità territoriale? Cerca di rimediare dando più a chi ha meno e meno a chi ha più. L’ingiustizia per cui ogni giorno da Bologna in su viaggiano 276 treni veloci, da Napoli in su 122. Uno ogni 30 minuti fra Milano e Torino, nessuno sotto Salerno. Ora in dieci anni le province col Frecciarossa sono cresciute economicamente del 10 per cento in più di quelle che non ce l’hanno. Quindi continuando come sempre, il divario non resta fermo ma si accentua a ogni chilometro dato in più agli uni che agli altri.

E poi la Napoli-Bari, sembra la storiella di Sherazade che non si concludeva mai per mille e una notte. Alta capacità, cioè semplice doppio binario per la linea diretta, anche qui nessuno si illuda di alta velocità. E fine dei lavori che slitterà anche dal previsto 2026, effetto dello scavo da Apice-Hirpinia a Orsara di una fra le dieci gallerie più lunghe del mondo. Altri anni oltre ai 159 che dall’unità d’Italia tengono divise le due maggiori città del Sud continentale. Danneggiando tutto, dall’economia al turismo, perché un Sud isolato e che non possa mettersi insieme fa comodo a chi non lo vuole in concorrenza. Mentre gli investimenti al Sud sono scesi al livello mai così basso dello 0,15 per cento del Pil.

E gli asili nido. E’ dal 2009, legge Calderoli sul federalismo fiscale, che non si calcolano i fabbisogni standard, cioè quanti ne servono in un posto in base ai bambini che ci sono. Si è andati avanti così con la spesa storica: si danno a chi già li ha, non si danno a chi non li ha. Perché <storicamente> così si è sempre fatto, e amen. Ovviamente più al Centro Nord che al Sud: è la storia, bellezza. Lo si è fatto ancòra negli ultimi tre anni, in attesa appunto del Piano pluriennale che doveva cambiare l’immutabile sorte dei Comuni <svantaggiati>. Non un effetto del destino, ma di uno Stato che ha considerato sempre di serie B il Sud. Il rischio è che anche ora si continui così, bisognerebbe raccontarlo ai bambini lucani o pugliesi.

Ultime notizie: si tolgono i fondi a tutte le zone rosse (quelle del Sud comprese) per darli a 5 città del Nord (Brescia, Bergamo, Cremona, Lodi, Piacenza). Se volevamo capire cosa sarebbe cambiato dopo il virus per far ripartire il Paese, la prima risposta è questa. Nulla di nuovo sul fronte meridionale.

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