Lunedì 01 Giugno 2020 | 08:13

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La notizia è deflagrata ieri mattina, squarciando il cielo plumbeo di Taranto. E rompendo il monopolio informativo da Covid-19 che impera da mesi. L’arresto (ai domiciliari) di un procuratore della Repubblica non appartiene alla routine

Luca Palmara

TARANTO - La notizia è deflagrata ieri mattina, squarciando il cielo plumbeo di Taranto. E rompendo il monopolio informativo da Covid-19 che impera da mesi. L’arresto (ai domiciliari) di un procuratore della Repubblica non appartiene alla routine.

E in questo caso ha quasi il sapore di uno scherzo del destino per una città immersa nel giudiziario – come nei fumi della Ilva – da anni, anche se la vicenda addebitata al capo della Procura non ha alcuna attinenza con l’esercizio delle funzioni svolte in quella sede. La presunzione d’innocenza, com’è ovvio, vale per tutti. E sarebbe sgradevole e inopportuno – oltre che potenzialmente contra legem – entrare nel merito di un caso del quale si conoscono solo alcuni dettagli investigativi. Né interessa fare considerazioni di carattere personale, ma piuttosto evidenziare come nelle ultime settimane una serie di accadimenti hanno acceso nuovamente i fari sulla magistratura e sull’uso distorto che una parte di essa fa di quella fetta di potere che l’ordinamento le attribuisce.

La scorsa settimana si è dimesso il capo di gabinetto del guardasigilli, Fulvio Baldi, a seguito della diffusione dei contenuti delle intercettazioni relative ai suoi colloqui con Luca Palamara. All’inizio del mese quelle del direttore del Dap, Francesco Basentini, per la gestione incauta dell’emergenza carceraria durante la pandemia Poi lo scontro tra Nino Di Matteo e Alfonso Bonafede per la promessa non mantenuta di assegnarli la direzione del Dap. Una vicenda oscura, nella quale non si capisce perché Di Matteo abbia deciso solo ora di rivelare i contenuti delle sue conversazioni con il ministro e al contempo appare di difficile interpretazione la risposta di quest’ultimo che definisce “percezioni” le dichiarazioni di Di Matteo. Episodi tra loro slegati, la cui somma però pesa.

Una precisazione. La stragrande maggioranza dei magistrati svolge la propria funzione con impegno e dedizione. Inchieste come quelle di Taranto – il cui input è stato dato da un giovane magistrato – o dello scandalo del CSM, dimostrano che la magistratura funziona e che nessuno ha remore nell’indagare sui propri colleghi. E tuttavia, proprio per questo, non si deve rinunciare a predisporre gli anticorpi che possano – se non eliminare – almeno contenere fenomeni degenerativi che poco o niente hanno a che fare con l’esercizio della giurisdizione. E che appaiono tanto più odiosi in quanto posti in essere da coloro che sono i tutori della legalità. In ballo c’è la legittimazione di uno dei tre poteri (rectius, funzioni) dello Stato. L’idea che l’opinione pubblica – non sempre in grado di distinguere il tutto dalla parte e comunque di per sé portata alla semplificazione (accentuata nella stagione dei social) – se ne fa. Un po’ come è accaduto per la classe politica, travolta nella sua interezza dall’attitudine alla corruzione di alcuni. Non siamo ancora a questo punto, fortunatamente, ma non è mai troppo tardi per cercare di correre ai ripari.

È connaturata al potere, senza dubbio, una tendenza a degradare in abuso, a renderlo “cosa propria”, a piegarlo ai propri interessi. È sempre accaduto, sempre accadrà. E tuttavia non si può fare a meno di osservare come gran parte dei problemi della nostra magistratura sia legata alle correnti, nate negli anni Sessanta del secolo scorso con il nobile intento di rappresentare diverse visioni culturali e sociali, poi diventate recettrici di consorterie in grado di condizionare nomine e trasferimenti grazie a un manuale Cencelli riveduto e corretto. Lo scandalo del CSM che ha come protagonista Luca Palamara ne è l’esempio. Chi non è in una delle correnti, raccontano alcuni magistrati, è fuori dai giochi. E allora ci si chiede che fine abbia fatto il progetto governativo di rivedere le regole di elezione dei componenti del CSM elaborato nel luglio scorso e presentato quale primo, significativo passo per superare le distorsioni clamorosamente evidenziate dallo scandalo Palamara. Agli annunci, però, devono seguire i fatti, altrimenti si ricade in quelle dinamiche che proprio il partito di maggioranza relativa dell’attuale governo ha sempre criticato.

Oggi in Senato vengono vagliate le mozioni di sfiducia individuali presentate nei confronti del Ministro della giustizia Alfonso Bonafede: la prima dal centrodestra, l’altra da +Europa di Emma Bonino. Quest’ultima si richiama a quel concetto di “giustizia giusta” che fu un cavallo di battaglia di Marco Pannella e dei radicali negli anni Ottanta del secolo scorso. E che ebbe la sua massima rappresentazione nella vicenda kafkiana di Enzo Tortora, star della tv trascinata in un cunicolo giudiziario da una serie di dichiarazioni di collaboratori di giustizia poi rivelatesi mendaci. Una giustizia giusta richiede regole processuali adeguate. Ma impone anche giudici che le possano applicare senza alcun condizionamento. Perché non è solo questione di codici, ma anche (e soprattutto) «questione di giudici e di ethos che essi si portano dietro» (Gustavo Zagrebelsky). E che devono operare senza dover ringraziare nessuno per la posizione apicale raggiunta o per la sede ottenuta. È storia di pochi, certo, ma che scredita tutti.

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