Martedì 02 Giugno 2020 | 23:30

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L'impresa di rimettere in salute le imprese

La prospettiva di una nazione non può essere solo quella di finanziare pressoché tutti, estendendo il reddito di cittadinanza a una platea immensa di beneficiari

soldi

Giusto e doveroso sostenere chi non ce la fa. Giusto e doveroso soccorrere le fasce più deboli della popolazione. Ma dopo? Come potrà il Paese riprendersi, sul piano socioeconomico, dallo choc da coronavirus se, come teme Gabriele Buia (presidente nazionale dei costruttori edili), allo stop di molti cantieri seguirà la chiusura delle relative imprese? Sì, perché questo è il pericolo che incombe all’orizzonte: la fine cimiteriale di numerose aziende oggi precauzionalmente ferme per l’emergenza epidemia.

Servirebbe un segnale di discontinuità, come si dice nel linguaggio della politica. Servirebbe un messaggio rassicurante per tutti quegli italiani (non sono pochi) che producono ricchezza e occupazione senza saccheggiare le finanze dello Stato, e che non badano all’orologio dopo aver aperto i cancelli della propria attività. Servirebbe un atto concreto di attenzione verso questa minoranza operosa che spesso dà alla collettività molto più di quanto riceve.
Invece le imprese, le imprese sane e pulite, quelle che vanno avanti senza fare anticamera nei santuari della politica, sono le perfette sconosciute, le grandi assenti nei dispositivi anti-crisi varati nei giorni scorsi. Eppure, verrebbe da chiedere: con quali strumenti, con quali protagonisti, con quali idee il Belpaese dovrebbe ripartire una volta esorcizzato il fantasma del morbo cinese?

Ci si richiama spesso, in questi giorni, ai valori, alla spinta ideale del secondo dopoguerra, quando l’Italia, distrutta, nel giro di pochi anni si produsse in uno sforzo erculeo che condusse la lira a conquistare l’oscar della moneta. Ma quasi sempre si sorvola sul fatto che furono soprattutto le imprese (imprenditori e lavoratori) a determinare quel boom e quel benessere, i cui dividendi, per fortuna, permangono tuttora. Fu la voglia collettiva di riscattarsi e produrre, anche a costo di lavorare a ritmi cinesi (quelli attuali), a portare l’Italietta sull’Olimpo delle nazioni più sviluppate del pianeta.

Non imperversava lo strapotere della burocrazia 70-75 anni fa. E se c’era, la burocrazia, sapeva il fatto suo. Non si metteva di traverso ai produttori. Non c’erano gli innumerevoli vincoli normativi istituiti con effetti alluvionali nei decenni successivi, tanto che un economista come Libero Lenti (1906-1993) si sentirà di indicare la seguente terapia a chi gli sollecitava la cura per rimettere in sesto l’economia italiana: «È sufficiente un solo articolo: sono abolite tutte le leggi introdotte a partire dal 1970».
Purtroppo, l’impresa, in Italia, soprattutto quella che produce senza benefit e senza assistenzialismi da parte dello Stato, non gode della stima e del consenso di vasti settori della pubblica opinione. Paradossalmente, viene giudicata con spirito più benevolo l’impresa che lucra sui fondi pubblici, quella che spende i contributi della collettività per le iniziative più strampalate, quella che destina gli aiuti speciali agli alti emolumenti degli amministratori. Insomma, l’Italia è una nazione alla rovescia anche nel modo di rapportarsi all’impresa, che rimane tuttora, in tutto il mondo, l’unica istituzione in grado di assicurare lavoro e sviluppo. Senza la redditività e la produttività assicurate dalle imprese, lo Stato non esisterebbe. E se pure esistesse, lo Stato non si potrebbe consentire di finanziare i suoi necessari interventi sociali.

Si deve forse (anche) a questa plateale sottovalutazione del ruolo delle imprese nell’opera di rilancio di un Paese, la riluttanza dell’Europa del Nord a sostenere le richieste italiane nel piano di contrasto ai disastri economici causati dal coronavirus. La prospettiva di una nazione non può essere solo quella di finanziare pressoché tutti, estendendo il reddito di cittadinanza a una platea immensa di beneficiari. Un Paese - e solo il Signore sa quanto il nostro Sud ne abbia bisogno - può ripartire a patto di non lasciare morire le proprie imprese. Può ripartire solo se le aiuta a rimettersi in pista. Proposito, quest’ultimo, non ancora manifestato dalla classe di governo che, come succede sempre in politica, mostra più sensibilità verso il proprio elettorato di riferimento.

Basterebbe un semplice piano di semplificazione burocratico. Deciso. Secco. Senza subordinate. E già sarebbe un atto rivoluzionario a vantaggio di chi ogni mattina solleva una serranda. Basterebbe sospendere qualche normativa che ha bloccato lavori, e prodotto disoccupazione, per dare la prova che finalmente adesso si fa sul serio. Purtroppo, alla luna di miele (anni Cinquanta), tra impresa e Paese è seguito un divorzio le cui conseguenze sono sotto gli occhi, e a carico, di tutti. Servirebbe un tentativo di riconciliazione, tentativo che nessuno più e meglio dell’intelligentia, ossia degli intellettuali, potrebbe mettere in agenda, per fare pressione sulla politica. Ma, paradossalmente, alla maggioranza degli intellettuali, che pure sono anch’essi imprenditori, protagonisti del «mercato delle idee», non piace molto il dirimpettaio, parallelo, «mercato dei prodotti», con tutti i suoi naturali e canonici imprenditori.
E siamo punto e a capo.

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