Sabato 06 Giugno 2020 | 06:31

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La rivincita del fato sul fatto tecnologico

Quanto ci sta cambiando il COVID-19!

sanità medici

Eroi, così li chiamiamo oggi. Medici, infermieri e operatori sanitari, in questi giorni tragici sono diventati un riferimento per tutti noi, un simbolo di impegno civile da additare, un esempio da seguire. Eppure appena ieri – neppure un mese fa – medici, infermieri e operatori sanitari venivano trattati come nemici da tanti pazienti (e soprattutto dai parenti dei pazienti).

Quanto ci sta cambiando il COVID-19! Negli ultimi vent’anni è stato frequentissimo che a una morte in un ospedale o in una casa di riposo abbiano fatto seguito lunghi processi penali e cause di risarcimento milionarie. La morte di un congiunto, anche se magari ultranovantenne, doveva essere per forza “colpa” di qualcuno: e il medico, l’infermiere, la struttura sanitaria, sono stati individuati come i colpevoli “naturali”, sicchè ogni loro comportamento percepito - a torto o a ragione - come erroneo è diventato fonte di imputazioni penali gravissime e di richieste di risarcimenti stratosferici.
La verità è che la nostra società aveva smesso di accettare la morte come un evento naturale, malgrado rappresenti l’unica certezza nella vita dell’uomo. Abbagliati dall’apparente onnipotenza della tecnologia, schiavi di una narcisistica cura ossessiva del nostro corpo, abituati dalla pubblicità agli anziani che saltano staccionate come se niente fosse, abbiamo cominciato a considerare tutte le morti - anche quella dell’ultranovantenne - come un’ingiustizia. E sull’onda della cultura giuridica statunitense, per cui ogni dolore può essere monetizzato, progressivamente abbiamo trasferito il confine della responsabilità, fondativa del diritto al risarcimento, dalla colpa all’ingiustizia: poiché è ingiusto che mio padre, mio nonno o mio fratello sia morto in un ospedale a “soli” ottant’anni e poiché ne soffro, ho diritto a un risarcimento; e deve risarcirmi chi è colpevole non di avere provocato, ma di non avere impedito la morte del mio congiunto. Così, per anni medici e infermieri sono stati trattati alla stregua di una banda di potenziali omicidi.

Ebbene, in appena un mese il paradigma si è rovesciato. Nessuno, o quasi, cerca “colpe” – o almeno colpe giuridicamente rilevanti – per le migliaia di morti da coronavirus. Certo, la “cultura del colpevole” di ieri non è del tutto svanita: qualche isolata Procura apre indagini per epidemia colposa; e qualcuno invoca il carcere per il ventenne impaurito che (senza violare alcuna norma) è tornato a casa dal Nord. Ma, in generale, in pochi giorni la nostra società sembra avere accettato che l’ingiustizia della morte non trova necessariamente ragione nella colpa di qualcuno, e che l’inevitabile dolore per la morte di una persona cara non può fondare sempre e comunque un diritto al risarcimento.
Soprattutto, la nostra società sembra avere accettato la “casualità” (secondo alcuni la “democraticità”) del coronavirus: posso venire contagiato, posso non essere positivo, posso esserlo e stare bene, posso trasmettere il virus senza aver tenuto comportamenti sconsiderati, posso contrarre la malattia anche osservando le regole di precauzione, posso ammalarmi e guarire, posso ammalarmi e morire. Il Fato insomma, espunto dall’immaginario collettivo dal mito dell’onnipotenza della tecnologia, torna improvvisamente a popolare l’orizzonte delle società contemporanee; e il caso, che per millenni ha governato le esistenze degli esseri umani, torna ad avere un ruolo anche nella vita, e nella morte, dell’Uomo di oggi.

Questo non vuol dire, naturalmente, che nulla si possa fare contro il Fato, come ben sapevano i nostri antenati abituati a difendersi dai capricci degli Dei dell’Olimpo. Contro l’epidemia che ci sta devastando, dunque, si deve restare il più possibile in casa, e chi non può permetterselo deve adottare tutte le possibili precauzioni. Ma soprattutto, si devono aiutare con ogni mezzo coloro che al capriccio del caso sono più esposti, coloro che combattono in prima linea – medici e infermieri, appunto – cercando di non far mancare loro né strumenti materiali né solidarietà morale. Viva i nostri eroi di oggi, allora, viva gli operatori sanitari! Nella speranza che mai più tornino ad essere considerati nemici come ieri.

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