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Di fronte ad una situazione come quella che stiamo vivendo è opportuno generare nella collettività la consapevolezza che la direzione di marcia sia unica e che non vari a seconda dei territori

Il premier Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

Di fronte all’ultima stretta del governo, che ha deciso almeno fino al 3 aprile la chiusura delle attività produttive ad eccezione di quelle ritenute essenziali, è legittimo porsi alcune domande. La prima riguarda il merito. Ci si chiede se questo provvedimento servirà ad accelerare il contenimento del contagio da coronavirus e soprattutto quali siano le attività essenziali. Oltre alle farmacie, alle rivendite di generi alimentari, alle aziende di trasporto pubblico, alle edicole e alle tabaccherie sembrano siano in tutto cento le tipologie di attività che continueranno ad essere operative poiché considerate di pubblica utilità. La misura è, quindi, certamente opportuna, anche se non è detto che sia sufficiente. Il governo, inoltre, non ha ancora vietato del tutto la possibilità di fare sport all’aperto, vincolandone la praticabilità solo alle località più vicine alla propria abitazione.

Cosa si intende con l’espressione “nei pressi della propria abitazione”? Duecento, trecento, cinquecento metri? E cosa succede per chi non ha parchi vicino a casa? Sarebbe stato meglio evitare questa discrezionalità che consente a soggetti poco responsabili di interpretare lo spirito “pro salute” della disposizione in chiave eccessivamente estensiva. Analizzando gli ultimi provvedimenti varati in ordine di tempo apprendiamo anche cose che destano qualche perplessità. La prima: venerdì scorso è stato vietato a chi ha una seconda casa (al mare o in montagna, per esempio) di lasciare il luogo di residenza per recarsi in questi posti normalmente utilizzati per le vacanze. Misura giustamente superata ieri dall’ordinanza emanata dal Ministero della Salute e dal Ministero dell’Interno che vieta a tutti di spostarsi con mezzi pubblici o privati in comuni diversi da quelli in cui si trovano, salvo che per comprovati motivi di lavoro, di salute e per assoluta urgenza. La seconda: è stata decisa su tutto il territorio nazionale la disattivazione delle slot-machine e la sospensione della raccolta per gioco del Lotto, Superenalotto, Superstar ed Eurojackpot, ad eccezione del “10 e Lotto” e di “Win for Life” e della vendita dei “Gratta & Vinci”. Perché non tutti i giochi sono stati sospesi? Alle misure annunciate dal premier Conte nella tarda serata di sabato (quando scriviamo circola solo un testo provvisorio) si aggiungono quelle varate dalle regioni. In Lombardia sono stati vietati gli assembramenti di più di due persone nei luoghi pubblici, sono stati sospesi tutti i mercati settimanali scoperti. Qui gli unici cantieri che resteranno aperti sono quelli relativi a presidi sanitari, a manutenzione strade, a servizi pubblici essenziali o quelli urgentissimi da completare. Ogni regione si sta facendo la propria ordinanza. Il Veneto ha chiuso i supermercati nel week end, mentre l’Emilia Romagna li ha chiusi solo la domenica. Ciascuno rivendica il diritto di adottare provvedimenti in base alla situazione specifica del proprio territorio. C’è una preoccupazione di fondo: che non siano sufficienti i posti letto in terapia intensiva e quelli ordinari. Per questo è di fondamentale importanza rallentare il contagio. Veniamo, infatti, al metodo.

Oltre alla questione dell’incertezza nell’interpretazione di alcune disposizioni e oltre alla “percezione differita” da parte di alcuni italiani della drammaticità della situazione quasi come effetto collaterale ed involontario dell’attuazione dei principi di proporzionalità e gradualità delle misure, centrale è la problematicità della logica dell’ordine sparso o “a macchia di leopardo”. Di fronte ad una situazione come quella che stiamo vivendo è opportuno generare nella collettività la consapevolezza che la direzione di marcia sia unica e che non vari a seconda dei territori. La comunicazione istituzionale può e deve svolgere una funzione importante. Poche regole, ma certe. Sarebbe auspicabile, per esempio, che alla diffusione quotidiana da parte della Protezione Civile dei dati su deceduti, contagiati, guariti venisse associata anche un’interpretazione strutturata di queste cifre. Sarebbe utile analizzare il delta tra sintomatici a casa guariti da un lato e quelli non ancora guariti dall’altro, quello tra i sintomatici in convalescenza a casa e quelli ricoverati in ospedale. In quest’ultima categoria è importante conoscere, altresì, il differenziale tra chi non ha bisogno di cure straordinarie e chi ha bisogno invece di terapia intensiva. Attenzione: per chi viene curato a casa è indispensabile che la medicina territoriale munisca i pazienti di sistemi di rilevazione del tasso di saturazione dell’ossigeno nel sangue con un pulsossimetro. E ciò per evitare che si arrivi in ospedale troppo tardi. Una lettura qualitativa anziché solo quantitativa dei dati, insomma, aiuterebbe a fornire qualche certezza in più.

Stretta necessaria ma tardiva quella del governo dice l’opposizione che chiede l’immediata riapertura del Parlamento, non accettandone la chiusura. Restiamo uniti e non facciamo polemiche, ricorda la maggioranza. Una cabina di regia con dentro anche i rappresentanti di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia forse potrebbe rendere questa enunciazione di principio più sostenibile. E metterebbe lo stesso lavoro di Conte, certamente molto difficile e frutto di una responsabilità mai avuta da nessuno prima d’ora, al riparo da distorsioni.

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