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Grazie ai veri medici come  «Don Ciccio»

Da piccolo, non avevo paura del medico, non perché fossi un bambino diverso, ma perché era un medico diverso. In verità, in famiglia, lo chiamavamo «Il Dottore» o, più amichevolmente, Don Ciccio.
A me pareva adatto il Don spagnolesco per quel signore altero e gentile, severo, ma rassicurante con i pazienti durante le visite cui era chiamato nel venerando palazzetto di Bitonto dove nacqui e abitai per pochi, indimenticabili anni d’una infanzia fuggitiva. Don Ciccio non diceva visite, diceva «capatine». «Faccio una capatina dopo pranzo» garantiva a chi ne invocava l'intervento, raggiungendolo nella sua casa austera.

Una casa piena di libri e quadri che incutevano reverenza e curiosità, invitando anche alla certezza che in quelle larghe stanze, sempre in penombra, abitasse il sapere.

E il Dottore arrivava puntuale, salutava, si sbarazzava del pastrano, barattava quattro chiacchiere con la famiglia, si informava sul nostro pranzo e commentava il menu, dava notizie della sua famiglia su richiesta delle zie e, poi, incidentalmente, domandava: «Allora, che cosa è successo?», come se il malessere, la malattia fossero compresi nel conto degli accadimenti naturali della vita quotidiana che alterna noie, dolori a gioie, quiete e piaceri che succedono, appunto. Diceva: nella vita la malattia «succede».

Il tono era colloquiale: ascoltava paziente, interrompendo con domande buttate lì, con interesse, ma senza ansia, domande tecniche, anamnestiche, cliniche, insomma, ma che sembravano fatte per cortesia, per affabilità, giusto per far conversazione. Sembrava parlare del tempo o della stagione calda che si protraeva o del raccolto delle olive. Poi, d'improvviso, come raggiunto da un pensiero, interrompeva il profluvio di lai e querimonie degli astanti che dicevano e spiegavano e allarmavano e bofonchiava: «Diamo un'occhiata» e si dirigeva verso la stanza da letto. Don Ciccio conosceva a menadito le case dei suoi pazienti. La stanza era rassettata: sul letto un copriletto buono, ricamato, che profumava di lavanda, il gatto era stato allontanato sul terrazzo, sulla sedia c’era un candido asciugamano del corredo di qualche cugina appena sposata (ve n'erano sempre) e sul comò c’era una bacinella d'acqua tiepida. Iniziava la visita. La liturgia era quella accurata e tradizionale della decifrazione che indagava indizi e tracce della semeiotica tradizionale cui il medico aggiungeva quel di più di chi aveva giurato di adottare i suoi pazienti come fratelli.

Don Ciccio scrutava, toccava, palpava, auscultava, premeva, annusava, sollecitava, picchiettava. E accarezzava, almeno a me pareva. Tutto avveniva in un silenzio perfetto, al punto che si poteva sentire il ronzio di qualche mosca sopravvissuta alla caccia preparatoria consumatasi in attesa della visita ad opera della cameriera con il meticoloso arieggiare ritmato delle persiane alternate allo sventolio cadenzato di un canovaccio. Solo la pendola del salotto, incurante, arpeggiava. Durante la esplorazione del paziente nessuno fiatava. Le zie ammiccavano tra di loro. La mamma dell'ammalato pregava mentalmente, gironzolando con lo sguardo dalle laboriose mani del medico alle immagini sacre che affollavano un altarino posto sul comodino con le fotografie ovali delle «buonanime» che neanche Don Ciccio era riuscito a salvare.

Io, strappato il consenso a seguire la cerimonia, ricordo l’espressione di Don Ciccio che alternava curiosità, lievi stupori, sfumati corrucci, sospiri. Poi concludeva «Rivestiti». Don Ciccio dava a tutti del tu conservando il nomignolo infantile appreso quando li aveva visitati per la prima volta. Seguiva un momento di pausa, poi si rivolgeva alla mamma del caso clinico e sentenziava la diagnosi prodigandosi in traduzioni popolari delle comuni patologie in cui si imbatteva. Ringrazio Dio di non aver mai ascoltato da Don Ciccio una diagnosi drammatica, ma sono certo che avrebbe trovato i modi più gentili e generosi della più squisita umanità.

A quel punto alzava leggermente le belle mani col dorso verso l'esterno e questo voleva dire che voleva lavarsi. «Mani da chirurgo» sussurrava, immancabilmente, Zia Rosina e voleva dire mani da miracoli. Don Ciccio lo sapeva e camuffava dietro il suo brontolio di ritrosia una minuscola vanità. Ci si accomodava in salotto: il rituale prevedeva un caffè. Il dottore si sedeva al tavolo da pranzo, poi prescriveva il da farsi e cominciava: «Dite a Don Luigi». Era il farmacista. Un altro Don meritato.

Scritta la ricetta, il dottore sorbiva il caffè, ringraziava e, alle premure di quelli che, non senza imbarazzo e abbassando la voce, osavano un «Per il disturbo, Don Ciccio?», opponeva il conclusivo «Pensate alla salute». Che voleva dire «con comodo e a guarigione avvenuta». Questo era Don Ciccio il Dottore.

E io l’ho voluto raccontare ancora una volta perché ho ripensato a Don Ciccio oggi, nei giorni amari dell’epidemia, lo ravviso in tutti quei fratelli nostri che non si danno pace, quegli amici dell’umanità che non trovano requie: i medici e i paramedici. Donne e uomini che non conoscono riposo o sfiducia o rassegnazione mentre sono impegnati al capezzale di tutti noi, quella grande corsia in cui non langue, ma spera l’Italia tutta, dolente e accudita dall’abbraccio di un’infermiera nella simbolizzazione di una cartolina della benemerita Arma dei Carabinieri.

Don Ciccio è ignoto a quel medico che, in Puglia, a quanto leggo, avrebbe anteposto un cupo egoismo familistico al suo dovere e al suo giuramento provocando una tremenda esportazione del contagio: si sarebbe avventato a circoscrivere il suo famelico interesse, pensando di mettere al riparo dal pericolo le sue figlie e infischiandosi del rischio cui esponeva un’intera collettività con il ritorno imprudente. Don Ciccio non l’avrebbe mai fatto. Lui è dove tutti gli altri medici compiono il loro dovere senza i confini che farebbero delle nostre città dei lazzaretti. E, qui, l’untore, starebbe a suo agio.

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