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Rappresentanza e governabilità l’equilibrio necessario

Ricercare un equilibrio tra la rappresentanza e la governabilità

Governo

Il problema più rilevante delle democrazie liberali è come riuscire a conciliare due esigenze rappresentate spesso come antitetiche, pur non essendolo. Da un lato la rappresentanza, dall’altro la governabilità. Da un lato quella che gli anglosassoni chiamano accountability, che riguarda sia i partiti di maggioranza sia quelli di opposizione e che si sviluppa, come già molti anni fa sosteneva Giovanni Sartori, secondo la doppia direzione della rappresentanza politica, rispetto alla quale molto fa la scelta della legge elettorale, e della rappresentanza sociologica: i partiti rendono conto ai propri elettori delle scelte che fanno o che intendono fare.

Dall’altro la capacità di governare grazie a sistemi solidi, istituzioni funzionanti, scelte lungimiranti ed efficaci, ma anche grazie alla stabilità di attori politici, regole, procedure e strutture, come ricordato di recente da Gianfranco Pasquino. I due piani, quello della rappresentanza (che è cosa diversa dalla rappresentazione) e quello della governabilità non solo non sono oppositivi, ma sono e devono essere complementari. Non è diminuendo la rappresentatività, infatti, che si aumenta la governabilità. Occorre ricordarselo specie in queste giornate in cui mosse e contro-mosse dei partititi che sostengono il secondo governo Conte assurgono a metro di valutazione della funzionalità di entrambi questi principi. Non è annettendo, cancellando, diminuendo spazi di riconoscibilità politica nel discorso pubblico, insomma, che si risolve il problema della crisi della governabilità. Problema che, come messo in evidenza da Giovanni Orsina, è frutto di una più ampia crisi del sistema politico. Fenomeni come il populismo, anche nell’opzione più “gentile”, si spiegano anzitutto con questa difficoltà strutturale che ha comportato il ricorso a soluzioni varie come disegni riformatori di rango costituzionale e iniezioni di democrazia diretta. In un governo di coalizione, specie se esso è nato per evitare elezioni anticipate ed impedire che la destra andasse al potere (“dopo Conte per il Pd non c’è un altro governo”, ha detto ieri Goffredo Bettini dopo aver definito Renzi una “tigre di cartone”) è quasi inevitabile che ci si confronti con la diversità delle posizioni. Il tutto però deve avvenire entro il perimetro della sostenibilità politica.
Ci si chiede quali siano le reali intenzioni del senatore di Rignano che ha elevato a format politico la sua determinazione ad incarnare il ruolo di oppositore al governo, ma da membro della maggioranza. Format peraltro già presente nel governo giallo-verde, anche se per volontà di altri soggetti politici. Sappiamo quanto pesino i tratti caratteriali e le ambizioni del leader di Italia Viva, il suo desiderio di essere e restare al centro della scena. Ma questo spiega solo in parte quanto sta accadendo. Renzi sta alzando il tiro perché vorrebbe da Conte maggiore considerazione politica e personale. Perché è in competizione con il Pd. Egli vorrebbe essere consultato su tutto e da parte di tutti. Obiettivo difficile da perseguire non solo per le difficoltà oggettive di un esecutivo che si regge su due gambe più robuste (Cinque Stelle e Pd) di altre, ma anche perché le sue reazioni se da un lato ne aumentano la visibilità (anche se non ancora il consenso), dall’altro lo escludono dai processi decisionali. E’ noto che Conte, sempre più interessato a potenziare il feeling con Zingaretti anche per il tramite di Franceschini, stia cercando il sostegno di alcuni parlamentari (i cosiddetti responsabili ai quali, però, è possibile si oppongano i “contro-responsabili” renziani) per andare avanti anche senza Italia Viva o almeno senza una parte di essa. Attenzione, però, perché la politica delle mani libere è un’incognita sempre difficile da gestire.
Sul crinale del rapporto rappresentanza-governabilità si inseriscono anche le riflessioni intorno al presente e al futuro dei Cinque Stelle. Sabato pomeriggio a Roma si è tenuta una manifestazione di piazza organizzata ufficialmente contro i vitalizi (vecchio cavallo di battaglia dei pentastellati), ma sostanzialmente per riaffermare l’identità politica del Movimento e rafforzare l’interlocuzione con gli elettori più disorientati. Una manifestazione riuscita per quantità di partecipanti e per intonazione, durante la quale Di Maio è stato acclamato dai novemila militanti presenti come il vero leader del M5S. E’ lui a tenere le redini del gioco. Prevale la sua linea: il traghettamento nelle istituzioni di un progetto politico nato per combattere establishment ed élite; l’equidistanza dai due poli (di destra e sinistra) e quindi il no ad alleanze stabili e definitive e la tenuta dell’assetto tripolare. Traduzione: nessun matrimonio con il Pd all’orizzonte, tanto più prospettive di listoni unici. Chi lo fa se ne assume la responsabilità di fronte a quegli iscritti che vogliono invece che il “Movimento faccia il Movimento”, come ha ricordato anche Bonafede.

La piazza è il luogo in cui ormai anche i partiti di governo (o che aspirano a diventare tali) fanno politica. Gideon Rachman aveva scritto sul Financial Times che il 2019 sarebbe stato l’anno della piazza. Anche il 2020 non scherza, visto quanto continua ad accadere con il M5S e le Sardine. Alla piazza non rinuncia nemmeno Salvini, impegnato a barcamenarsi tra la competizione (tutta interna alla coalizione di destra-centro) con la Meloni e la ricerca di una nuova collocazione internazionale, la produzione di uno storytelling in grado di posizionare la Lega tra le forze responsabili e di valorizzarne la componente moderata, accreditando altresì l’idea che si può essere fedeli all’Europa pur da una posizione critica. Posizione espressa a più riprese da Giorgetti, ma messa in discussione dallo stesso Salvini con l’uscita di sabato scorso su Facebook: “l’Unione Europea è da considerare una gabbia che se non cambia costringe l’Italia a comportarsi come l’Inghilterra”. Un gioco delle parti, con il primo (Giorgetti) pronto a rassicurare il ceto produttivo, specie del Nord, che vedrebbe l’uscita dall’euro come fumo negli occhi e il secondo (Salvini) intento ad interloquire con quegli elettori che amano i toni duri contro Bruxelles e gli eurocrati? È possibile che si stia ricorrendo al vecchio gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo con il quale tutto si tiene. Del resto, non è un caso che da mesi la Lega sia il primo partito italiano e che nel frattempo Fratelli d’Italia continui a crescere.
Ricercare un equilibrio tra la rappresentanza e la governabilità. Vale per la maggioranza, ma anche per l’opposizione.

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