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Italia spopolata, il Sud non fa figli, giù l’economia (e la demografia)

I dati poco confortanti dell'Istat: prima quelli sulla caduta della produzione industriale, poi le cifre sconfortanti sull’inverno demografico con l’ulteriore calo dei nati

culle vuote, pochi neonati

In due giorni l’Istituto nazionale di statistica ci ha fornito le cifre della grave crisi del nostro Paese. Prima, i dati sulla caduta della produzione industriale nel 2019 (-1,3 per cento), poi ieri le cifre sconfortanti sull’inverno demografico sempre più grave con l’ulteriore calo dei nati (435mila nascite, il dato più pesante in un secolo di rilevazioni). Conseguenza: ulteriore crollo anche dei residenti (-116mila) perché i decessi nel 2019 sono stati 647mila. Inalterato il tasso di fecondità delle donne rispetto al 2018: l’1,29 per cento mentre dovrebbe aggirarsi attorno al 2 per cento per avere un ricambio naturale delle generazioni tale da garantire un equilibrio demografico. In un Paese con una classe dirigente, non solo politica, più seria e responsabile dovrebbe essere aperto a tutti i livelli un grande dibattito sul declino dell’Italia e della sua missione di popolo in Europa e nel mondo.

Un dibattito non da salotto televisivo, dominato e invaso continuamente da una retorica semplificatrice e superficiale. Né il confronto dovrebbe essere delegato solo ai pochi demografi che da almeno 20 anni, alle prese con numeri sempre più espressivi, ci avvertono sui gravi rischi per l’Italia.
Crisi economica e demografia sono quindi strettamente intrecciate. Le persone giovani, molte di più rispetto al passato grazie ai trasporti più rapidi e meno costosi, si spostano alla ricerca di opportunità per rispondere alle proprie motivazioni ed aspirazioni. Chi abbandona la casa dei genitori provocando vuoti e a volte lacerazioni nelle famiglie e nelle comunità lo fa non solo per una ricerca <quantitativa>, cioè solo per ottenere un salario o una retribuzione più alta. No, la domanda è soprattutto <qualitativa>, un mix tra la ricerca di entrate dignitose per sé e la famiglia nuova e uno stile di vita civile e moralmente stimolante. L’integrazione dell’Unione europea, le armonizzazioni in atto da decenni sia nelle istituzioni statali e territoriali, sono il risultato di questi movimenti <qualitativi>, cioè esistenziali e rivolti al futuro. Non è vero che l’Europa è in mano ai burocrati del potere, l’Europa la stanno edificando le nuove classi dirigenti nelle professioni e nelle manifatture. La polemica politica italiana, sempre più rinchiusa e ringhiosa nei piccoli recinti provinciali, si attarda con miopia sul tema dell’immigrazione, quando l’Italia, almeno gran parte dell’Italia, non è più attraente come un tempo, e invece dovrebbe impegnarsi a studiare le diverse sfaccettature di una recessione sempre più integrata nei nessi causali e nelle conseguenze.
Nel 2018 un rapporto della Banca d’Italia sulle prospettive demografiche ha rivelato che tra 30-40 anni avremo 4,5 milioni di abitanti in meno. Quasi tutti concentrati nelle regioni del Sud. Quello che viviamo visitando i centri medi e piccoli delle nostre province, cioè l’aumento crescente delle case disabitate e in vendita, è solo l’inizio del processo di desertificazione. Il Sud, così continuando, dovrà affrontare un lungo e mortificante viaggio di impoverimento sociale, economico ed antropologico. Già oggi ci sono paesini nei quali si fa festa quando nasce un bambino e si prega perché le coppie giovani non abbandonino le comunità originarie. Eppure, di tutto questo ci interessiamo poco, anche noi giornalisti, mentre le stesse università dovrebbero rafforzare i gruppi di ricerca sociale per aiutare le comunità a cercare ed elaborare nuove strade percorribili.

L’istituto Giuseppe Toniolo di Milano da anni è impegnato nello studio del fenomeno. In un rapporto del 2018 si mettono a fuoco comportamenti, motivazioni e aspirazioni. In un clima di aspettative crescenti solo le opportunità sono <attrazione> dei giovani intraprendenti. In un’Italia dove da molto tempo è in crisi l’idea di un futuro migliore, esclusi alcuni sistemi locali come Bolzano, Trento, Milano e l’Emilia, i giovani più intraprendenti, soprattutto i più istruiti, si mettono in marcia. Nella testa di questi giovani, avvertono i ricercatori dell’istituto, l’idea del figlio e dei figli è abbastanza remota. Solo una parte della fascia tra 24 e 30 anni aspira a una famiglia con uno o due figli, ed è la parte più istruita. Le donne che desiderano la famiglia con figli sono quelle con maggiori capacità di autonomia perché l’Italia diffusa, purtroppo, non dimostra di essere pronta a considerare i bambini una ricchezza collettiva e non solo privata delle famiglie. Anzi, in molte aziende si continua a coltivare una freddezza, se non ostilità, nei confronti delle donne che lasciano momentaneamente il lavoro per maternità.
L’Italia e il Mezzogiorno, destinato a fare da agnello sacrificale, non possono salvarsi con risposte burocratiche e assistenziali. In Europa, con qualcosa di più di 5 milioni di nascita all’anno, ci sono tre gruppi di Paesi dal punto di vista demografico. Un gruppo ha raggiunto un tasso di fecondità intorno al 2 per cento, un secondo gruppo intermedio è sul 1,7-1,8, il terzo in basso vede l’Italia all’ultimo posto. La Germania negli ultimi 5 anni ha registrato una crescita della fecondità del 15 per cento, Francia e Regno si muovono su valori di crescita demografica. L’Italia continua a impoverirsi. E questo, avverte il demografo Alessandro Rosina dell’università cattolica di Milano è un «impoverimento dal basso», provocato da noi stessi e non dai manovratori dell’economia globale.

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