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Un test glocale con riflessi anche in Puglia

Non era mai accaduto che l’esito di una consultazione elettorale parziale (in Emilia-Romagna e in Calabria) fosse carico di così tanti significati (e aspettative)

Regione puglia

Finalmente si vota. Si vota in Emilia-Romagna e in Calabria, ma i riflettori sono tutti puntati sulla regione dei tortellini e della Ferrari. Non era mai accaduto, infatti, che l’esito di una consultazione elettorale parziale fosse carico di così tanti significati (e aspettative) da aver bloccato per mesi la scena politica nazionale. In alcuni casi, la stessa fabbricazione delle candidature per le altre regionali in programma il prossimo maggio si è dovuta fermare in attesa del verdetto emiliano-romagnolo. Insomma, il voto odierno sarà più influente di un oracolo.
Il più interessato è il presidente del Consiglio. Giuseppe Conte sa che se il centrosinistra, con Stefano Bonaccini, supererà la prova, il governo potrà tirare un sospiro di sollievo. Lo potrà tirare, tutto sommato, anche se alla vittoria di Bonaccini corrispondesse un flop dei Cinque Stelle. È vero che nel Movimento si scatenerebbe la bagarre, ma è altrettanto vero che difficilmente Beppe Grillo darebbe la sua benedizione a un disimpegno pentastellato dall’esecutivo, spianando così la strada al torpedone delle votazioni politiche anticipate.
Ovviamente, la prospettiva, non solo per il governo Conte, cambierebbe da cima a fondo se a prevalere fosse Lucia Borgonzoni, la candidata del centrodestra. La Borgonzoni ha recitato il ruolo della coprocoprotagonista nella campagna elettorale.

In realtà, la primadonna del suo schieramento era e rimane un uomo, di nome Matteo Salvini. Se fosse MS a conquistare la regione rossa per antonomasia, per l’esecutivo giallorosso comincerebbe la via crucis. Col rischio di una rottura generale.
Per Salvini l’Emilia-Romagna vale più di un tesoro in Svizzera. Intanto, costituisce, per lui, la prima occasione di riscatto dopo l’improvvida mossa di agosto quando, a sorpresa, il capitano leghista ha aperto la crisi di governo scommettendo sull’immediata interruzione della legislatura, Secondo, l’Emilia rappresenta il simbolo del governismo o della governabilità di sinistra: abbattere quel simbolo, significherebbe, per Salvini, creare le condizioni per destabilizzare, anche a Roma, la coalizione avversaria. Terzo, conquistare l’Emilia vorrebbe dire, sempre per l’auriga del Carroccio, fare tombola nell’Italia più ricca, visto che la Lega già governa, con i suoi presidenti quasi tutte le Regioni settentrionali. Quarto, il vessillo emiliano potrebbe spingere Salvini ad alzare le pretese anche con i suoi alleati del centrodestra, chiedendo, ad esempio, la guida di importanti Regioni del Sud.

Ci siamo capiti. Come sempre accade quando la logica proporzionalistica dilaga sullo scenario politico, le contese con i rivali di coalizione accompagnano, e a volte precedono, le schermaglie con gli avversari per definizione. E oggi non è un mistero, ad esempio, che l’ascesa di Giorgia Meloni nei sondaggi desti qualche apprensione nell’animo salviniano che, fino a poco tempo addietro, pregustava un’avanzata solitaria e un dominio schiacciante nella propria area di appartenenza.
Sarà la Puglia, dopo l’Emilia Romagna e Palazzo Chigi, ad attendere con particolare curiosità i risultati del test odierno. Sarà la Puglia, sia perché il centrodestra del Tacco d’Italia, non può consentirsi di rinviare la scelta del suo candidato presidente, visto che il centrosinistra con Michele Emiliano e i Cinque Stelle con Antonella Laricchia hanno già messo in campo i loro alfieri; e sia perché l’esito della sfida emiliana potrebbe rivelarsi determinante per le mosse di Salvini e Meloni. In concreto: se in Emilia non andasse in porto il tentativo leghista di sfrattare il centrosinistra dal vertice della Regione, quasi certamente Salvini non alzerebbe la posta chiedendo la presidenza, per uno dei suoi, in una realtà come la Puglia. Se, invece, a Salvini riuscisse il colpo grosso su cui sta lavorando da mesi, la Puglia avrebbe buone probabilità di trasformarsi in un caso nazionale per il centrodestra, con la Meloni decisa a non mollare sulla candidatura di Raffaele Fitto e, con Salvini deciso a chiedere un nome leghista per la partita contro Emiliano e Laricchia. E siccome la Puglia non è piccola come la Val d’Aosta o il Molise, con tutto il rispetto che si deve a queste due regioni, l’eventuale braccio di ferro, nel centrodestra, sulla candidatura da contrapporre a Emiliano e Laricchia, potrebbe generare, tra i moderati, parecchi problemi a livello centrale. Del resto, basta poco, in Italia, per scatenare reazioni a catena, specie quando la posta in gioco va molto al di là dell’ordinario o del locale.
Ciò detto, il voto in Emilia-Romagna e Calabria cade in una fase di estrema confusione nel Paese. Il rischio di una balcanizzazione del sistema politico è tutt’altro che ipotetico, è sufficiente dare un’occhiata alle continue scissioni plurime e solitarie in atto da tempo, ma sempre più frequenti, per giungere a conclusioni assai poco rassicuranti.

Le democrazie vanno in tilt o per deficit di rappresentanza o per surplus di rappresentanza (o di rappresentazione). E dal momento che gli strappi ultimi e penultimi hanno poco di ideologico-culturale, ma molto, se non esclusivo, di personale-carrieristico, il timore che prima o poi si arrivi a una condizione di paralisi permanente o di ingovernabilità strutturale non è affatto campato in aria, né va considerato alla stregua di un’esercitazione politologica o futurologica.
Di conseguenza ogni elezione, a qualsiasi livello, si trasforma in un giudizio universale, rendendo precario anche l’alleanza più compatta, figuriamoci quella più barcollante.

Intediamoci. L’Emilia-Romagna è una regione chiave della Penisola. Però dappertutto, nel mondo, succede che le votazioni regionali diano dispiaceri ai governanti centrali, ma non per questo si scatena il finimondo. Da noi, invece, tutto incide, e, per giunta, a instabilità si aggiunge instabilità, volontaria e involontaria. Come quella che potrebbe derivare dalla contraddizione politica e dalla collisione temporale tra l’ipotesi del voto anticipato (sarebbero sempre 930 i parlamentari eletti) e la scadenza del referendum sul taglio di deputati e senatori.
Non invidiamo il presidente Mattarella. Cui forse toccherà prendere decisioni e sbrogliare matasse più complicate del solito.

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