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Scomparso all'età di 84 anni. Cronista unico, inventò un modello e un genere

Pansa: se l’Italia si salverà sarà per merito di Mattarella

Né con Bocca né con Pansa, ma con l’Ansa, raccomandavano i direttori e i caporedattori «governativi» ai baby-cronisti irriverenti, smaniosi di scoop e vogliosi di scoprire cosa si nascondesse dietro il sipario o il velario nazionali. Giampaolo Pansa, venuto a mancare l’altro ieri all’età di 84 anni, era qualcosa di più di una grande firma o di un giornalista-saggista di straordinario successo. Era un modello di informazione (e formazione). Un modello per certi versi inedito, quando sfondò in un’Italia ancora parrocchiale dove le cronache politiche sapevano sempre di curialismo (quanto andava bene) e di sagrestia (quando andava male).

Pansa ha saputo interpretare, predicare e insegnare al meglio il ruolo di cane da guardia nei confronti del Potere (mai a letto con lui), ruolo cui deve tendere e ambire un aspirante difensore civico dell’opinione pubblica. Niente sconti. Niente regali. Niente compromissioni. Niente promiscuità. Così come si addice a un mastino come si deve.

Tutte le più giovani e anche meno giovani generazioni del giornalismo italico gli devono molto, perché oltre a rappresentare un modello riassumibile, per certi versi, con il compito che Gesualdo Bufalino (1920-1996) assegnava alla figura dell’intellettuale («Aspetto il futuro vincitore e mi ci metto contro»), Pansa ha impersonificato un genere. un must, a cominciare dalla rapinosa scrittura per finire al veritiero contenuto.

La sua scrittura era avvincente come una gara di Formula Uno costellata da decine di sorpassi e risolta in volata all’ultimo giro. Il suo stile, brillantissimo, ha collezionato più imitatori della Settimana Enigmistica. Con un ritmo incalzante, scintillante. moderno. Il tutto impreziosito da frasi, da definizioni destinate a beffare l’usura del tempo. Soltanto il parigrado Gianni Brera (1919-1992), fuoriclasse attivo però sul versante calcistico, poteva competere con Pansa nella fabbrica di neologismi più folgoranti della luce, di istantanee più fedeli di una macchina fotografica, di ritratti più corrosivi dell’acido solforico.
Pochi come il creativo Pansa, o forse nessuno, sapevano coniugare l’estrosità, l’imprevedibilità della scrittura con il rigore, l’attendibilità, dei fatti narrati. Sì, perché Pansa aveva appreso da Alberto Ronchey (1926-2010), suo amatissimo direttore a La Stampa, la regola fondamentale in grado di trasformare un modesto giornalista in un bravo segugio della conoscenza: la mania d’accertamento. Il che significa voglia di approfondire, di verificare una notizia, di contrapporre le fonti anche se la sorgente iniziale si trova sul gradino più alto della scala informativa, di studiare le carte e poi leggere, leggere, leggere.
Pansa era fatto così. Scriveva tantissimo, roba da collasso per un comune mortale. Ma leggeva anche tantissimo, roba che lo conduceva a un autorevisionismo permanente e a una stanziale instabilità in tutte le redazioni in cui gli capitava di approdare.

I suoi reportage, le sue inchieste, le sue analisi spesso spaccavano in due la platea dei lettori, come una mela. Ma i suoi scritti, mai banali e mai zuccherosi, non hanno mai dato la stura a smentite di merito. Basti pensare al volume Il sangue dei vinti sulle vendette partigiane contro i fascisti, best-seller che segnò la rottura tra Pansa e l’area culturale della sinistra in cui lui gravitava sia pure con l’atteggiamento del cane sciolto mai addomesticato. Ecco. Anche i più spietati recensori di «quel fascista di Pansa» riconobbero che le vicende da lui raccontate nei libri sulla guerra civile in Italia possedevano lo stigma della verificità, dei fatti realmente accaduti.

Del resto, Pansa era così. I fatti prima delle ideologie e delle stesse idee. Quando negli anni Settanta, nel pieno del furore ideologico che annebbiava la vista di parecchi intellettuali, lo invitarono a mettere la sua firma sotto il manifesto che sostanzialmente accusava il commissario Luigi Calabresi (1937-1972) di aver causato la morte dell’anarchico Pino Pinelli (1928-1969), volato dalla finestra della questura milanese nelle fasi degli interrogatori sulla strage di Piazza Fontana (1969), lui, il giornalista che non credeva alla pista anarchica, semmai già propendeva quella nera, si guardò bene dall’aggiungere il proprio nome all’elenco di quei quasi mille «giudici» sommari che fecero il vuoto attorno al poliziotto, creando le condizioni per la sua esecuzione capitale.

Uno spirito libero e inquieto. Così era Pansa. Quando di Mani Pulite e di Tangentopoli non si intravvedeva nemmeno l’ombra, lui diede alle stampe un libro, dal titolo Il Malloppo, (1989) che anticipava di diversi anni le storie di malaffare poi scoperchiate da Antonio Di Pietro e colleghi. Pansa non andava per il sottile nei confronti di nessuno. Usava la penna manco fosse una clava. Ma anche in quelle circostanze, tutto documentato, tutto provato, nessuna deformazione, nessun’invenzione, tutto scovato nelle carte processuali e in verifiche ad hoc.

Il Malloppo costituiva una fra le più serrate indagini giornalistiche sulle commistioni, ormai strutturali in Italia, tra la Razza Padrona pubblica e la Razza Predona privata. Faceva inoltre da pendant, o da sequel, sempre Il Malloppo, a un altro classico della produzione saggistica pansiana: Carte false (1986). Un impietoso pamphlet - il cui titolo conserva tuttora il dono della freschezza e, ovviamente, della longevità -, sulle relazioni pericolose tra mondo politico e sistema giornalistico.
Ma Pansa, passionale come pochissimi, all’occasione sapeva riconoscere di aver esagerato. Nei confronti di Bettino Craxi (1934-2000), ad esempio, aveva scritto più requisitorie al vetriolo lui che le procure e il resto delle redazioni, ma lo aveva fatto quando il capo socialista non era il Cinghialone inseguito dai magistrati di Milano. Col tempo, ha prevalso nel castigamatti di Casale Monferrato (paese natale del Nostro) il sentimento dell’umana pietà e della comprensione storica, unico all’esigenza della rivisitazione dei giudizi e della vulgata corrente.

Mai intruppato in un partito, in una corrente o in una correntina, Pansa ci lascia più di una lezione: i fatti hanno la precedenza anche sulle nostre più granitiche convizioni, il lettore deve restare il vero padrone di un giornale, la classe politica va incalzata sui problemi e inchiodata alle proprie responsabilità indipendentemente dal credo politico-culturale di chi sta dietro la tastiera.

Pansa non era ottimista sull’avvenire del giornalismo. L’esplosione della Rete, con le relative possibili ripercussioni anche sulla tenuta del tessuto democratico, a tratti lo lasciava sgomento, disperato. Ma durava poco. Lui era un tipo che non si arrendeva mai. E pur non atteggiandosi mai a Maestro, in realtà era il più Maestro di tutti. Maestro di prosa e di onestà professionale, di esposizione e descrizione, di coraggio e disinteresse. Che poi sono le uniche virtù in grado di rendere immortale il giornalismo a prescindere dai nuovi mezzi di comunicazione concepiti per depotenziarlo, ingabbiarlo, mortificarlo, renderlo quasi del tutto inutile e inoffensivo.

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