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Il partito virtualmente di maggioranza relativa del nostro Paese si vede all’improvviso rubare la scena da un movimento spontaneo e fino a poco tempo fa inesistente

Il linguaggio della politica dal «capitano» alle sardine

Quanti paradossi sotto il cielo della politica, come nella vita. Accade che il partito virtualmente di maggioranza relativa del nostro Paese si veda all’improvviso rubare la scena da un movimento spontaneo fino a poco tempo fa inesistente, del quale nella calda estate culminata con il harakiri del Capitano non era possibile rintracciare neanche l’embrione e che proprio della lotta alla Lega ha fatto la sua parola d’ordine primaria. Le sardine. Il linguaggio della politica, sembra insegnarci quanto sta accadendo, non ha un andamento lineare e dunque può essere compreso solo osservandolo da differenti angolazioni (utilizzando il pensiero laterale) per evitare di rimanere sorpresi da virate improvvise foriere di un inatteso “ritorno al futuro”.

Il predominio dei social network sembrava aver segnato un mutamento irreversibile: da Donald Trump a Bernie Sanders, Da Luigi Di Maio a Matteo Salvini, il mondo della comunicazione politica si è trasferito massicciamente sulla rete (traendone un indiscutibile vantaggio). Tanto che Nicholas Carr, un saggista statunitense, con una metafora musicale ha definito i politici social dei politici punk, contrapponendoli ai politici pop. Due mondi separati e antitetici, insomma, quello della politica tradizionale e quello della politica spesa in rete. Slogan digitali disseminati sui social, in un caso, slogan urlati fuori dal web, nell’altro.

Certo, che emblema della social democrazia italiana sia un politico, certo giovane ma sicuramente non un millenial, impadronitosi – senza dubbio molto abilmente – di una consolidata struttura di partito per digitalizzarla e renderla così di massa, mutandone i codici di comunicazione, e che invece il movimento che ha riscoperto le piazze sia stato promosso da ragazzi imbevuti di cultura digitale, cresciuti a pane e internet, che oggi utilizzano la rete come un ciclostile del terzo millennio, un tazebao tecnologico, come un semplice strumento di convocazione dei simpatizzanti, è molto più che paradossale. Appare quasi incredibile.

Un corto circuito generazionale. Una piroetta temporale, che ristabilisce un equilibrio tra mondo analogico e mondo digitale. Le nuove generazioni, in definitiva, pur consapevoli della centralità nelle loro vite di smartphone, pc, rete e social, al contempo non li considerano fini a sé stessi bensì quale veicolo per far circolare idee e aspirazioni. Nativi digitali, che sottolineano come le persone vengano prima degli account e che rivendicano il diritto a tornare nel mondo reale. Nelle piazze, classici luoghi della condivisione. Nell’antica agorà, dove l’altro non è soltanto un’immagine (ferma o in movimento) su uno schermo. Alle tante mono-piazze virtuali, in cui ciascuno è allo stesso tempo protagonista e solo con sé stesso, si contrappone la piazza reale, con i suoi spazi e le sensazioni di ognuno. E così, non c’è da stupirsi se vi sia posto anche per un’esortazione che evoca lo slogan icona del maggio francese: utilizziamo l’arte, la bellezza e la creatività, un po’ come nel 1968 si invocava l’immaginazione al potere. Sperando, forse, che – come in Dostoevskij (L’idiota, 1869) – la bellezza salvi il mondo.
Certo, vi sono anche delle ingenuità nei primi passi mossi dalle sardine, che pure hanno fatto della difesa della Costituzione un loro punto di forza, come quando si invoca l’obbligo – ovviamente incostituzionale – per chi è ministro di comunicare solo mediante i canali istituzionali, il dovere per gli eletti di non allontanarsi dalle sedi in cui svolgono la propria attività (e la libertà di movimento, anch’essa costituzionalmente garantita?), o si ingiunge ai media di avvicinarsi alla verità trasmettendo messaggi fedeli ai fatti (chi stabilisce qual è verità? Chi decide se l’interpretazione dei fatti si traduce in messaggi a questi conformi?). La libera manifestazione del pensiero – anche in tempi nei quali le fake news impazzano – va maneggiata con cura.

Affermazioni azzardate e non ponderate, un po’ di improvvisazione, che però – a volerle leggere in positivo – costituiscono un chiaro indizio di come non ci si trovi indubbiamente di fronte ad un movimento eterodiretto: piuttosto, ad un’onda anomala che ha investito la società italiana e che vuole interpretare alcuni disagi diffusi, come il diffondersi della violenza verbale, di cui sono intrise ormai tante storie di ordinaria comunicazione. Occorrerà se mai aggiustare il tiro, fuoriuscendo da una gabbia costruita sulle debolezze e sugli eccessi del modello Salvini, un vestito tagliato su misura per il Capitano. Che dire, evidentemente per Matteo Salvini il pericolo viene sempre dal mare.
Non sappiamo ovviamente che fine faranno le sardine. Se saranno “normalizzate”, assorbite e risucchiate da quel mondo che vogliono rinnovare. Così come non sappiamo se a prevalere sarà invece la social democrazia cavalcata con astuzia e cinismo ormai in mezzo pianeta. Resta il fatto che, da oggi, il pericolo che ciascuno di noi rimanga definitivamente intrappolato in smartphone e pc è assai meno concreto. Il nuovo umanesimo invocato (anche) dal movimento, qualunque cosa accada, potrebbe non essere più un miraggio.

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