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Dallo scudo alla prescrizione: l'idea giustizia del Movimento

A tutela dell’imputato si prevede che il processo debba svolgersi in tempi contenuti, debba insomma raggiungere il suo obiettivo in un arco temporale tale da farlo uscire al più presto dal circuito giudiziario

Dallo scudo alla prescrizione: l'idea giustizia del Movimento

Nessuno intende sancire immunità od esenzioni dalla giurisdizione individuali o collettive quando si disapprova l’atteggiamento dei Cinquestelle di fronte ai temi della giustizia. E tuttavia quell’approccio, abitualmente definito giustizialista – o meglio, espressione di una demagogia giudiziaria – e che è figlio delle prime battaglie anticasta del M5S, ha un grande e primigenio difetto: l’autoattribuzione del ruolo di “buoni” con il compito di debellare i “cattivi”, ça va sans dire i loro antagonisti politici, trasformati in nemici destinati ad essere combattuti e debellati grazie all’apparato giudiziale.
Analoga sorte per i vertici di banche e grandi gruppi imprenditoriali, implicati in vicende che avevano danneggiato risparmiatori e consumatori. L’accusa era quella di scarsa moralità, rivolta però più alle categorie e ai gruppi che ai singoli individui. Fu proprio da qui anzi, come molti ricorderanno, che partì l’insurrezione via web di Beppe Grillo il quale con indubbio intuito e non comune empatia – grazie anche agli auspici di Gianroberto Casaleggio – accese la miccia dell’inarrestabile ascesa dei Cinquestelle.
Se si ha chiaro questo fondale si comprendono pure le scelte draconiane in materia di giustizia, da quella infelice relativa alla soppressione dello scudo penale, che sta polarizzando l’attenzione dell’intero Paese (e non solo) a quella della riforma della prescrizione (di fatto, una cancellazione) oggi rimessa in discussione.

Entrambe attuate con la “complicità” – tutt’altro che entusiasta – dei partner di governo (nel primo caso il PD, nel secondo la Lega).
Il ragionamento è semplicistico, ma di grande presa sull’opinione pubblica. Se azzeriamo il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado (di assoluzione o di condanna che sia) raggiungiamo la certezza che tutti coloro che commettono un reato saranno giudicati e condannati, senza che possano eludere la giustizia a causa del tempo trascorso. Chi conosce le dinamiche del processo penale sa che non è così. Si tratta, infatti, di una visione che non tiene conto di vari fattori, tutt’altro che marginali.

Viviamo in un Paese in cui, al pari di quasi tutti gli Stati dell’Occidente, vige dal 1955 un principio, scolpito nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (art. 6 § 1), dettato a protezione dell’imputato ma anche di un corretto esercizio della giurisdizione: la durata ragionevole del processo (recepito giusto un ventennio fa dalla nostra Carta fondamentale all’art. 111 comma 2 Cost.).
A tutela dell’imputato – che è considerato innocente fino alla condanna definitiva – si prevede infatti che il processo debba svolgersi in tempi contenuti, debba insomma raggiungere il suo obiettivo in un arco temporale tale da farlo uscire al più presto dal circuito giudiziario. È una garanzia soprattutto per l’imputato innocente, che vedrà così cessare quello stato di incertezza e con esso ogni effetto collaterale del processo sulla sua vita personale e lavorativa. Il processo è di per sé una pena, ammoniva Francesco Carnelutti, qualcosa di intollerabile per chi si vedrà poi dichiarare estraneo ai fatti che gli sono stati contestati. Ma anche quando l’imputato è colpevole la durata ragionevole costituisce un valore, perché consente di arrivare a una sentenza di condanna a distanze accettabili dal fatto, accertandolo sulla base di prove che non risentono della loro obsolescenza (una per tutte, la testimonianza, legata al fisiologico declino della memoria). E, ancora, lo è per la vittima e per la società che percepiranno la risposta dello Stato all’illecito prima che il ricordo della vicenda si offuschi.

Un valore aggiunto per tutti, quindi, e non un escamotage per sottrarsi alla giustizia.
Ma destinato a scontrarsi con quello che è un profilo identitario dei grillini, irreggimentati in una visione black and white del mondo. Troppo giovani – forse – per avere nel loro DNA musicale l’ironia inconsapevolmente profetica di Edoardo Bennato, che nel 1974 ai buoni e ai cattivi ha dedicato un album e un brano, paventando l’arrivo dei buoni che «dicono basta a tutte le ingiustizie che finora hanno afflitto l’umanità», che preannunciano una nuova era in cui tutti saranno uguali e che per attuare il loro progetto «hanno già fatto un elenco di tutti i cattivi da eliminar…» (Arrivano i buoni).

Ora il Pd intende riconsiderare la disciplina destinata ad entrare in vigore il prossimo 1° gennaio, proponendo di introdurre una dead line, superata la quale il processo giocoforza si conclude. O, in alternativa, una soluzione “alla tedesca”, con la riduzione di un terzo della pena irrogata quando i termini di prescrizione non siano stati rispettati. I Cinquestelle fanno muro, con il rischio che il Pd voti la proposta insieme all’opposizione, probabile anticamera di una crisi di governo. E che i cattivi si prendano la loro rivincita.

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