Giovedì 09 Luglio 2020 | 17:12

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BARI - Trecento vedette con radiotrasmittenti e binocoli sui tetti del quartiere, un dispositivo bellico schierato per segnalare anche la benché minima presenza di qualcuno vicino al nemico. Di guerra parliamo, certo.  Quella che nel 2017 ha sporcato di sangue Japigia, il rione barese dove vive una mafia armata, ricchissima e  prepotente, quella  mafia che  stermina gli avversari, spara ad altezza uomo, maneggia milioni di euro e s’impossessa  di strade, piazze, case popolari, pezzi di città.
Venticinque gli arresti fatti ieri, con il cielo sopra Bari acceso dagli elicotteri della polizia fin dalle 4 del mattino. Il romanzo criminale ruota intorno alla figura di un emergente, Tonio Busco che  a 35 anni è all'apice della carriera e si permette di soffiare il mercato della droga alla famiglia Palermiti, costola potentissima del clan Parisi.

«Questo si è montato la testa», commentano a Japigia, tanto da temere che Busco possa perfino un giorno eliminare il suo stesso padrino, Savinuccio Parisi, che a Bari e in Puglia è sinonimo di boss per eccellenza. Una trama che sembra una fiction, di quelle che ci fanno perfino sorridere per certi aspetti caricaturali e grotteschi dell'universo mafioso. Ma qui davvero la realtà  supera la fantasia in una spirale di omicidi, vendetta, odio, un botta e risposta di fuoco e di morte. E una scena - questa sì cinematografica - che in gergo malavitoso si chiama stesa: un raid intimidatorio messo in atto da una delle due fazioni in campo, a bordo di moto tonanti, lungo le strade, fino all'abitazione di uno dei nemici, quindi il tirassegno con pistole e kalashnikov. «E che è, Gomorra, Mimmo!», si dicono alcuni dei protagonisti intercettati dagli investigatori.

Peggio, molto peggio delle rappresentazioni romanzate, la mafia barese evidentemente fa paura. Proprio nei momenti della stesa, una santabarbara di proiettili scaricati contro un palazzo, non si è registrata nessuna segnalazione alle forze di polizia. Cittadini che protestano per la musica troppo alta del vicino o del bar sotto casa, che viceversa tacciono del crepitìo inquietante (e arrogante) dei proiettili. Non sottovalutiamo il potere anche evocativo, culturale che i clan baresi sprigionano, una criminalità familistica che non a caso trasforma il conflitto in faida, perché il contrasto non è solo sull’interesse o sul business, piuttosto sull’appartenenza, sul sentimento, sull’onore.

L’ultima nota. Tra i duellanti delle due fazioni c’è un certo Davide Monti. Ha 20 anni. Quando ne aveva 9 fu sorpreso dai carabinieri a Barivecchia mentre trasferiva una pistola da un nascondiglio all’altro. Poi, con un provvedimento della magistratura minorile che fece scalpore, fu sottratto alla famiglia e inviato in una comunità fuori regione. Poi tentò di «adottarlo» l’allora sindaco (già pm antimafia) Michele Emiliano. Ma l’attrazione fatale del suo mondo è stata più forte di tutto. Scampato ad alcuni agguati, adesso è in carcere e la sua vita procede secondo il principio perverso della predestinazione. Questa, d’altronde, la storia già scritta della gente di mafia.

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