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Risparmio di quattrini o risparmio di democrazia?

«Nulla è per sempre e che è inevitabile che la democrazia prima o poi venga relegata nei libri di storia, chiedendosi però se abbia senso cercare di sostituirla con qualcosa di meglio»

soldi

È indubbio che costituisca una straordinaria vittoria per il Movimento Cinquestelle l’approvazione ieri in via definita della legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Si tratta, infatti, di un autentico cavallo di battaglia dei grillini fin dalla prima ora, la sublimazione della loro lotta alla casta, il vessillo della loro adesione fideistica all’antipolitica.

Il risultato è stato portato a casa con un assenso inimmaginabile fino a qualche mese fa, quasi plebiscitario. Più di un cappotto, se volessimo usare un linguaggio sportivo, in quanto l’avversario, più che essere stato stracciato, semplicemente non c’è più.

Hanno pesato, è evidente, non solo posizioni consolidate ma anche opportunismi che hanno indotto – per mero calcolo politico – a cavalcare un’onda ormai non più arginabile. Il Pd, ad esempio, solo tre mesi fa aveva bollato la riforma come “uno spot elettorale”, un pericolo per la democrazia, evocando lo spettro di un progetto politico “peronista”.

Una giornata storica, dunque. Un regalo agli italiani. Questo, almeno, è il messaggio che passa, instillato dai grillini, raccolto dai media, veicolato dai social network per poi raggiungere i cittadini.

Ma vediamo se davvero è così. Se la vittoria dei Cinquestelle costituisce anche una vittoria per il Paese e per la democrazia.
Il taglio di deputati e senatori, si afferma, comporta una riduzione delle spese per la casse dello Stato. L’argomento è risibile. Il risparmio è talmente infinitesimale rispetto al budget complessivo del nostro Paese da non incidere in maniera significativa sui conti pubblici (0,01%). L’economia effettiva, per i bilanci di Camera e Senato, è pari rispettivamente al 5,5% e al 5,4% della loro spesa totale.

E poi. Piuttosto che di parlamentari più economici, l’Italia (come ogni democrazia) ha bisogno di parlamentari di qualità elevata, che sappiano svolgere i loro compiti con coscienza e competenza. Tutto il resto è demagogia a buon mercato, in linea con l’esibizione come fiore all’occhiello dell’autoriduzione degli emolumenti spettanti per legge. Il punto non è quanti sono o quanto costano coloro che ricoprono pubbliche funzioni ma, piuttosto, se sono in grado di assolvere adeguatamente ai loro compiti, se riescono a soddisfare l’interesse pubblico. L’indennità parlamentare non è un furto, è nata nel 1912 per garantire anche ai non benestanti – il popolo – di fare politica ai più alti livelli.

E poi c’è il non detto.

Ridurre il numero dei parlamentari non è operazione meramente aritmetica, ha delle ricadute sulle dinamiche di funzionamento delle istituzioni, a partire dalla maniera in cui si concretizza e si esprime la rappresentanza. Esistono, lo sappiamo, vari tipi di democrazia: rappresentativa (l’attuale, in Italia), diretta (il sogno dichiarato dei grillini e dei loro guru Gianroberto e Davide Casaleggio). Ebbene, c’è chi ha evidenziato il pericolo che il taglio dei parlamentari possa essere il primo atto di un’operazione che mira a svuotare progressivamente i gangli della democrazia rappresentativa. È indubbio, infatti, che ridurre i parlamentari significa rendere più difficile la rappresentanza delle minoranze. Aumentare la distanza tra rappresentanti e rappresentati (essendo i collegi elettorali più ampi). Autorevoli costituzionalisti, del resto, hanno messo in guardia rispetto alla riduzione degli spazi di democrazia. Un parlamento light, insomma, vuol dire una democrazia più fragile.

In Italia, è vero, il numero di parlamentari rispetto alla popolazione era fino ad ora tra i più elevati. Improponibile il raffronto con gli Stati Uniti, dove 435 sono i membri della Camera dei rappresentanti e 100 (due per ogni Stato) i senatori. Più vicini i numeri in Europa ove, però, dopo la riduzione approvata ieri siamo diventati i fanalini di coda. Ma altrove, evidentemente, non soffiano i venti anticasta.

Vi è poi anche una ricaduta culturale. Alimentare l’equazione “meno onorevoli-politica migliore” significa perpetuare quella sfiducia nei confronti del ceto politico che si è sviluppata dai tempi di Mani pulite per poi esplodere con la polemica sulla Casta. Si continua a seguire la scia dell’antipolitica, ed è paradossale che ciò accada da parte di chi ormai riveste posizioni istituzionali e di governo.

Il politologo e storico inglese David Runciman, docente nell’Università di Cambridge, nel suo recentissimo saggio Così finisce la democrazia afferma che nulla è per sempre e che è inevitabile che la democrazia prima o poi venga relegata nei libri di storia, chiedendosi però se abbia senso cercare di sostituirla con qualcosa di meglio. Ritiene che non ci sarà un unico punto finale per le varie democrazie ma che ciascuna seguirà strade diverse. La sua sarà una morte lenta.

Catastrofismo? Forse. Ma documentato. Sempre meglio, però, dell’indifferenza e del dilettantismo con cui qualcuno sta provando “a fare la storia”.

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