Giovedì 27 Febbraio 2020 | 13:17

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La soluzione per il Sud? E' semplice e immediata

Lino Patruno

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Allora, dottore, finalmente cominciano a pensare al Sud? Sa, ho due figli ora al liceo, ma se non vedono muoversi niente prendono un treno e se ne vanno a fare l’università fuori. Né ci penso a bloccarli, non ho da dirgli niente se poi devono mendicare un lavoro mentre il mondo è grande e si può scegliere dove essere più felici.

Difficile dare torto a un padre. E dirgli che, lasciando che il governo faccia il suo lavoro, c’è solo aria nuova. Perché circolano anche troppi spifferi da vecchie false terapie. Quelle che hanno fatto perdere decenni al Sud. E convinto che, siccome con questo Sud non c’è più niente da fare, tanto vale non farlo.

Lasciamo allora stare una nuova Cassa per il Mezzogiorno che qualche anima bella si è affrettato a riesumare. Già il termine Cassa è più indigesto di un ragù a colazione. È vero che ha modernizzato come mai il Sud. Ma poi è stata trasformata in un ufficio assistenza che il Sud ha solo subito avendo preferito qualche industria in più e qualche assegno sociale in meno.

Lasciamo stare anche ogni altra Agenzia per il Sud: troppi ricordi di presidenti e di consigli direttivi, cioè di cariche e incarichi più che di opere buone. Lasciamo stare ogni accordo di programma o di area che dir si voglia, quelli che da qualche parte (Puglia compresa) hanno anche funzionato. Ma che il più delle volte dovevano mettere d’accordo tanti di quei soggetti che solo a convocarli si aggravavano i problemi del Sud.

Ancora. Lasciamo stare una nuova Banca per il Sud, visto anche che c’è già, e senza questa leggenda di risultati. Meglio di niente il credito di imposta, agevolazioni fiscali per chi investe. Così come gli sgravi per chi assume, verbo al Sud più improbabile della neve all’Equatore. Vanno bene le Zes, le Zone economiche speciali, specie per le semplificazioni burocratiche che non mettano in fuga chi vuole alzare un capannone (sport in cui troppi al Sud sono campioni). Così come la tanta buona volontà di altre misure finora però più strumento per accusare il Sud di spreco che per svilupparsi.

Il fatto è che gira e gira la questione del Sud è più semplice di un gol a porta vuota. Non diciamo che l’Italia si deve fermare per occuparsi solo di Sud, benché il Sud sia allo stesso tempo il problema d’Italia ma anche la soluzione ai problemi dell’Italia. Ma non c’è aria nuova che tenga se non ci si convince anzitutto che il Sud è il secondo motore da accendere per diventare una Ferrari. E che questo presunto sortilegio si può raggiungere con un solo strumento: un Grande Piano di Investimenti al Sud. Punto.

È possibile che il nostro studente pronto a emigrare ci pensi un po’ davanti a un cantiere aperto. Cantieri che si aprano e chiudano per fine lavori, non che rimangano abbandonati come troppi al Sud per i quali non ci sono mai soldi a sufficienza. Investimenti che negli ultimi quarant’anni sono scesi al Sud dal già risibile 0,85 per cento del Pil (il reddito annuo) allo 0,15 per cento. Infrastrutture anzitutto, perché un treno in più può creare una economia locale di produttori, lavoratori, turisti, creativi in grado di marciare da sola. Scambi e rete. Ma anche strade, autostrade, porti, aeroporti: dice niente il calvario dei pendolari in Puglia in questi giorni, e per andare a scuola? E infrastrutture immateriali come l’istruzione, la formazione, la banda larga per le telecomunicazioni che non faccia sempre imprecare alla lentezza dei computer.

Poi i servizi. Il cui iniquo finanziamento ai danni del Sud e a favore del Nord induce, esempio, i malati del Sud ad andare a curarsi al Nord. Accrescendo il divario a favore di un Nord che (al contrario di quanto si propaganda) ha il doppio del personale sanitario rispetto al Sud (così come ha il doppio di impiegati pubblici: il posto fisso alla Zalone). Infrastrutture e servizi: questa la nuova modernità finora negata al Sud. E per la quale nessun Pinocchio può dire che non ci siano le risorse.

Ci sono, e pronte. Sono quelle finora sottratte al Sud e impiegate al Centro Nord. Partendo da quel 6 per cento (61 miliardi l’anno) di spesa pubblica inferiore al 34 per cento della popolazione meridionale. Partendo da quella mai rispettata percentuale del 45 per cento degli investimenti nazionali complessivi da destinare al Sud. Partendo da quei fondi europei dei quali si dice sempre che non sono utilizzati tacendo che non si aggiungono (come dovrebbero) alla spesa nazionale ma la sostituiscono. Sembra l’uovo di Colombo, ma è tutto qui. Purtroppo i soldi che ci sono finiscono altrove. Tutto il resto è fuffa per lasciare il Sud (male) come sta e i suoi cittadini in serie B.

Caro signore che teme la partenza dei suoi figli, la situazione è questa. Elementare. La novità è che, dopo tante bugie, si sa. L’attesa è che già saperlo sia una mezza speranza (oltre che un mezzo obbligo). Il Sud non può morire di troppi convegni.
Lino Patruno

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