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Stabilità o crescita? Il compromesso Italia-Europa

Il governo Conte ha una strada spianata davanti a sé per convincere l’Europa ad ascoltare l’Italia: preparare un piano infrastrutturale per ridurre le distanze Nord-Sud, e approntare un piano di messa in sicurezza del territorio nazionale

Il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte

Soltanto la politica italiana è più imprevedibile del clima. Quando sembrava che l’Internazionale Sovranista (ossimoro) stesse per prendere il sopravvento in vaste aree del Pianeta, eccoti a Roma il testacoda più inatteso e clamoroso degli ultimi tempi, roba che neppure l’instabile ferrarista Vettel riuscirebbe mai a combinare in pista. È accaduto tutto lo scorso mese, tanto che forse bisogna aggiornare il vecchio adagio (sui rapporti coniugali) nel nuovo «agosto, politica mia non ti conosco». All’inizio di agosto, Matteo Salvini era il padrone effettivo della Penisola, Donald Trump imperversava contro il resto del mondo e l’Europa assisteva, preoccupata, alle sparate nazionalistiche che rimbalzavano da più parti.
Nel giro di poche settimane il quadro si è rovesciato che manco un terremoto.

Salvini ha smarrito il boccino della politica italiana, azzardando un salto nel vuoto senza rete di protezione. Trump ha licenziato il suo consigliere che più falco non si può. E l’Europa ha varato una squadra di commissari che sembra costruita proprio in funzione dell’anti-sovranismo più tenace. Non solo. La tedesca di Bruxelles, Ursula von der Leyen, ossia la «Prima Ministra» dell’Unione, ha prima affidato l’Economia a Paolo Gentiloni, la cui patente di europeista non ha bisogno di ulteriori rinnovi o verifiche; e poi ha fatto capire che le regole europee non vanno confuse con il menù di un ristorante, dove ogni avventore sceglie a piacimento. Le regole europee di bilancio non devono ostacolare la crescita, ma non devono neppure trasformarsi in una carta usa e getta, adatta soprattutto a soddisfare gli appetiti spenderecci di qualche governo.

Non è dato sapere se la decisione di assegnare all’inflessibile ex premier lettone Valdis Dombrovskis la supervisione del settore Affari Economici affidato a Gentiloni sia dipesa dalla cattiva reputazione di Casa Italia, sito dal debito pubblico stratosferico, per giunta da sempre sospettato di voler ribaltare in toto la disciplina di bilancio. Di sicuro i nostri conti traballanti non hanno giovato alla possibilità di attribuire un mandato pieno al nostro commissario. Ma il fatto che a Gentiloni, cioè all’Italia, sia stata girata una delega che solo un mese fa sarebbe stata ritenuta più improbabile di una storia tra Salvini e Maria Elena Boschi, spiega meglio di mille analisi il cambio di passo nel Vecchio Continente, un autentico ribaltone tra sovranismo ed europeismo.
Ora. Premesso che il Belpaese ha ottenuto, nell’eurocommissione, ciò che forse neppure aveva in animo di chiedere, bisogna dedurre che tutto potrà e dovrà fare il governo romano tranne che indulgere nei vizi e nei peccati che hanno portato il debito pubblico italiano a toccare vette da capogiro. Non a caso il numero uno del governo austriaco ha messo le mani: «Non abbiamo alcuna intenzione di pagare i debiti dell’Italia».

Gentiloni è uomo pratico e di buonsenso. Sa, e lo ha già lasciato intendere, che un conto è auspicare politiche espansive, condivise da tutti i partner europei, nel rispetto delle intese sul bilancio, un conto è comportarsi da irresponsabili e condurre la finanza pubblica in un girone infernale di tipo sudamericano. Il sentiero stretto del risanamento finanziario è quello che è, richiede rigore e oculatezza nelle scelte. Anzi, proprio adesso che la titolarità degli Affari Economici europei porta la firma di una personalità italiana, il nostro Paese ha il dovere, oltre che la possibilità, di mostrare la propria credibilità, la propria affidabilità nel rispettare sul serio, non solo a parole, o per propaganda, i precetti e gli obiettivi dell’Unione.

L’arrivo al Tesoro e alle Finanze di un ministro come Roberto Gualtieri rappresenta una garanzia. Gualtieri, da europarlamentare, si è fatto apprezzare pressoché da tutti in Europa. Non a caso la sua nomina ha ricevuto il plauso generale. E si sa quanto contino l’immagine, l’apprezzamento di un ministro nel giudizio che i soci europei e i mercati internazionali sono chiamati a dare sull’economia di una nazione. Vale per i ministri ciò vale per i privati. «Un uomo - diceva Winston Churchill (1974-1965) - va giudicato non per i soldi che ha, ma per il credito che ha».

Il governo Conte ha una strada spianata davanti a sé per convincere l’Europa ad ascoltare l’Italia: preparare un piano infrastrutturale per ridurre le distanze Nord-Sud, e approntare un piano di messa in sicurezza del territorio nazionale. Due sfide, due obiettivi, questi sì che potrebbero esulare, col consenso di Bruxelles, dai vincoli dei Trattati. Sono traguardi ambiziosi, ma sono gli unici progetti su cui anche gli irriducibili del rigore avrebbero difficoltà a motivarne l’avversione.
Fare spesa pubblica per investire in infrastrutture e sicurezza (territoriale) è cosa buona e giusta. Fare spesa pubblica per acquistare il consenso è cosa cattiva e ingiusta. Gentiloni e Gualtieri dovrebbero cercare di indirizzare l’intera Europa su questa linea. Il che consentirebbe di incassare un altro bonus: togliere argomenti alla retorica, al tam tam del sovranismo che in agosto ha perso colpi, ma che in futuro potrebbe riprendere fiato e vigore come succede al super-tennista spagnolo Rafa Nadal quando, in mondovisione, appare irrimediabilmente spacciato.

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