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La settimana decisiva tra opportunità e rischi per tutti

Con molta probabilità il Governo Conte bis nascerà a metà di una settimana che se da un lato archivierà un’estate politica infuocata, dall’altro metterà ancor più in evidenza le contraddizioni che l’hanno caratterizzata

La settimana decisiva tra opportunità e rischi per tutti

Mancano poche ore e forse sapremo se quella che ci accingiamo a vivere sarà una fase spartiacque o solo un passaggio verso l’indefinito. Con molta probabilità il Governo Conte bis nascerà a metà di una settimana che se da un lato archivierà un’estate politica infuocata, dall’altro metterà ancor più in evidenza le contraddizioni che l’hanno caratterizzata. Un Governo che nascerà sul presupposto di un’intesa politica tra i Cinque Stelle, il Pd e Leu che il tempo ci dirà se si fonda sul solo obiettivo di evitare le elezioni ed impedire a Salvini e Meloni di prendere il potere per attuare politiche sovraniste o se rappresenta la realizzazione di uno nuovo schema, che potrebbe persino agevolare il ripristino del bipolarismo.

Conviene, dunque, analizzare questa fase utilizzando una doppia chiave interpretativa: i fattori di opportunità e quelli di rischio. Conviene farlo, immaginandone le implicazioni per tutti i partiti e gli attori della scena politica ed istituzionale italiana.
Cominciamo con il premier incaricato Conte. Per lui, al momento, sono evidenti più gli elementi di opportunità che i fattori di rischio. Egli ha avuto la capacità di sfuggire all’immagine (costruita da chi, in realtà, non lo conosceva) dell’oscuro mediatore tra due partiti distinti e, a tratti, distanti (M5S e Lega), a quella del vaso di coccio in mezzo a due leader forti e determinati, del mero esecutore del contratto di governo. Conte ha indossato con decisione i panni dell’uomo delle istituzioni capace di ricercare sintesi politiche apparse, agli occhi dei più, difficili se non impossibili. Dell’uomo in grado di calcare i palcoscenici internazionali, mostrando agio e disinvoltura nel rapporto con le Cancellerie dei Paesi più importanti e potenti, nonostante il passaggio dalla dimensione accademica a quella istituzionale sia avvenuto soltanto un anno e mezzo fa. Ha saputo conquistare la fiducia di Mattarella e non è cosa di poco conto. Ha acquisito un peso politico e un apprezzamento da parte dell’opinione pubblica tale da diventare l’asso nella manica del Movimento, che pure un capo politico ce l’ha e nonostante lo stesso Conte ieri alla festa del Fatto Quotidiano alla Versiliana abbia evidenziato che definirlo esponente dei Cinque Stelle è “inappropriato”.

Quanta acqua è passata sotto i ponti dei Vaffa Day e dei Meet Up voluti da Grillo e Casaleggio senior per scardinare il sistema e gettare il seme della democrazia diretta in un contesto intrappolato dentro le maglie asfittiche dell’esercizio del potere fine a sé stesso o della sua conservazione il più a lungo possibile. Conte ha molte carte da giocare, ma corre anche qualche rischio se non ribatterà punto su punto alle obiezioni di chi insiste nel mettere in luce la velocità con la quale egli è passato dall’essere il responsabile di un Governo fondato sull’intesa tra i Cinque Stelle e la destra all’artefice di un Esecutivo costruito intorno ad una vera e propria maggioranza politica tra i pentastellati e la sinistra. Paradossalmente, però, proprio l’alta reputazione internazionale di cui gode e la determinazione da parte dell’Europa nell’eleggerlo interlocutore privilegiato delle istituzioni europee rappresenta per Conte uno scudo da usare anche contro chi, nella sfera pubblica mediata, utilizzerà a fini denigratori l’argomento dell’uomo buono per tutte le stagioni, magari con l’interesse di personalizzare e polarizzare lo scontro politico. Il ruolo del premier incaricato oggi viene reso spendibile anche per riuscire a spuntare alla stessa Europa maggiore flessibilità. Una condizione questa di una certa utilità se si vuole rivedere la politica economica, specie a fronte della stagnazione presente a livello europeo ed italiano.

Per le stesse ragioni ci sono rischi e opportunità anche per il Movimento Cinque Stelle, che in questo momento è alle prese con una doppia partita: quella dell’unità interna e quella dell’azione di contrasto alla prospettiva dell’indebolimento della leadership di Di Maio. Prospettiva pericolosa, specie in assenza di reali alternative. Il Movimento è nato per garantire un nuovo modo di fare politica, per porre al centro dell’agenda pubblica temi che facevano fatica a diventare oggetto di processi di normazione, per dare più potere decisionale ai cittadini. Non stupisce, pertanto, la volontà della sua classe dirigente di avviare un’interlocuzione programmatica con il Pd e la sinistra, dopo averlo fatto con la Lega. Non si dimentichi, del resto, che alla vigilia delle elezioni del 2018 il M5S andava ripetendo che più che fare alleanze preventive, la strategia più giusta sarebbe stata quella di ricercare in Parlamento i voti sui singoli provvedimenti. Il consenso raggiunto, anche se elevato, non ha dato al Movimento quell’autonomia che i suoi dirigenti auspicavano e quindi è stato avviato prima il dialogo con la seconda forza politica, ovvero il Pd, e solo dopo il no di Renzi (che oggi, al contrario, è stato l’artefice del riavvio del canale di comunicazione con i grillini) si è passati all’interlocuzione con il terzo partito, ovvero con la Lega. La difficoltà del quesito da sottoporre ai militanti dei Cinque Stelle tramite piattaforma Rousseau circa l’opportunità della nascita del governo giallorosso non sta tanto nella necessità di spiegare perché si stia passando dall’abbraccio con Salvini a quello con Zingaretti, quanto nel provare a far digerire la prospettiva dell’alleanza con esponenti politici, in primis lo stesso Renzi, che negli ultimi mesi sono stati oggetto di critiche e che a loro volta sono stati artefici di attacchi molto duri nei confronti del M5S. La perdita di forza e consistenza di Di Maio, tuttavia, non farebbe altro che aggravare la situazione, poiché incoraggerebbe la percezione di un partito in balia di uno scontro insanabile tra le diverse componenti, della frattura tra i gruppi parlamentari e i dirigenti, delle divergenze tra Grillo e di Maio. La chiarezza e la trasparenza restano le carte più importanti da giocare, pur nella necessità di ridefinire ruolo ed identità politica del Movimento secondo una visione di media durata, a questo punto imprescindibile.

Come per i Cinque Stelle, anche per il Pd opportunità e rischi sono legati alla durata del costituendo Conte bis. Un conto è la prospettiva di elezioni nel 2020, altro è quella di un Esecutivo di legislatura. È noto che Zingaretti abbia subito pressioni interne ed esterne al partito per fare il Governo con i Cinque Stelle. L’unità del Pd ha rappresentato e rappresenta un obiettivo di primaria importanza. Il Pd torna al Governo e questa circostanza mette Zingaretti nella condizione di poter lasciare nel Conte bis un’impronta dem senza il passaggio elettorale, che pure al segretario del Pd non sarebbe dispiaciuto, non foss’altro che per modificare la rappresentanza all’interno dei propri gruppi parlamentari. Zingaretti, però, corre due rischi. Il primo: essere sottoposto all’inseguimento del protagonismo di Renzi che potrebbe assumere all’improvviso atteggiamenti incompatibili con la stabilità dell’Esecutivo e che potrebbe dar vita persino ad un partito personale. Il secondo: non riuscire nell’intento di svincolare il Pd dall’immagine di partito che governa senza aver vinto le elezioni e che si muove spinto dal solo desiderio di esercitare il potere. La mossa di Franceschini e Orlando, avallata dallo stesso Zingaretti, di rinunciare alla vice premiership nel Conte bis, oltre che rappresentare un contributo per risolvere, dal versante Pd, l’impasse dovuta al ruolo da far assumere a Di Maio nel Governo, va in questa direzione.

E veniamo ora all’analisi della strategia di Salvini. Al momento i rischi appaiono superiori alle opportunità. La narrazione incentrata sui giochi di palazzo che hanno avuto la meglio sulla volontà popolare ha una grande efficacia che, tuttavia, potrebbe perdere consistenza se non trovasse sbocchi operativi in tempi ragionevoli. Cosa accadrebbe infatti a chi, come Salvini e Meloni, chiede elezioni, nel caso in cui la legislatura arrivasse a scadenza naturale e cioè nel 2023? Alla Lega, che ha la presidenza di molte Commissioni parlamentari strategiche, non resterebbe che una dura opposizione nelle Camere e nelle piazze. Armi non sempre facili da usare davanti ai cittadini, specie se con l’ostruzionismo si bloccassero quei provvedimenti economici che gli italiani attendono, come per esempio la riduzione della pressione fiscale e le misure in favore della crescita. La partita è appena cominciata. Ancora una volta il “fattore tempo” sarà determinante.

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