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Se, all’indomani delle elezioni europee di maggio 2019, un analista politico avesse osato prevedere lo strappo agostano di Matteo Salvini e la successiva ricucitura tra M5S e Pd, sarebbe stato invitato a cambiare mestiere. Il voto per Strasburgo non solo aveva premiato il Capitano leghista, ma gli aveva consegnato le chiavi di Casa Italia. Poi, alla vigilia delle vacanze estive l’annuncio salviniano del divorzio dal governo, con repentino dietrofront in seguito all’impraticabilità del disegno di andare al voto in ottobre. Il che ha spiazzato il ministro dell’Interno. Ma siccome, in un sistema elettorale proporzionale, le alleanze si fanno e si disfano in Parlamento, anche il leader più in ascesa deve tenerne conto come l’ultimo degli inquilini di Montecitorio.

È vero. La politica non è pianificabile come un progetto aziendale. Produce più colpi di scena di un film giallo, anche perché quasi sempre il nemico è in casa, come il maggiordomo delle dimore più altolocate. Ma c’è una legge tendenziale che neppure un’attività incerta come la politica può permettersi di ignorare: la dura legge dei rapporti di forza. E oggi, in Aula, alla Camera e al Senato, i rapporti di forza non sono quelli declinati dal voto europeo dello scorso maggio, bensì quelli stabiliti dal voto nazionale di marzo 2018, voto che attribuì ai Cinque Stelle il doppio dei consensi raccolti dalla Lega.

Se, 16 mesi addietro, Matteo Renzi non si fosse messo di traverso, il matrimonio tra Pd e pentastellati si sarebbe celebrato senza laceranti patemi d’animo. Certo l’unione giallorosa avrebbe richiesto qualche supplemento di trattativa (la formazione di un governo non è mai una passeggiata, perché scatena più appetiti che in un branco di leoni), ma alla fine, sia pure con un po’ di fatica, si sarebbe realizzata la quadratura del cerchio.
Ora. Forse tutto poteva immaginare Salvini tranne che Giuseppe Conte tenesse duro dopo la rottura leghista originata dal voto parlamentare sul Tav; e che Renzi, proprio Renzi, il più antigrillino dei democratici, si mettesse alla guida del carro contrario alle urne in autunno e favorevole, invece, a un viaggio insieme, più o meno lungo, tra Dem e 5S. Risultato: il trionfante Matteo padano ha resuscitato il moribondo Matteo toscano, cui ha consegnato involontariamente la golden share della prossima coalizione.

Sì, in politica, lo insegnava già il grande storico ateniese Tucidide (460-395 avanti Cristo), i rapporti di forza sono tutto, ma se si ha il merito o la fortuna di disporre di un potere contrattuale superiore, può accadere, a un gruppo di minoranza, di amplificare la propria influenza o di capitalizzare al massimo la propria utilità marginale. Ed è quello che sta riuscendo a Renzi che, dopo aver costretto il riluttante Nicola Zingaretti a congelare la linea del «voto subito», si prepara - da inedito ago della bilancia - a tenere sulla corda la futura alleanza, in attesa di sciogliere la riserva: puntare a scalare nuovamente il Pd o avviare una scissione per costruire una forza autonoma di centro?
È davvero imprevedibile la sceneggiatura della politica romana. È imprevedibile perché genera quaresime e resurrezioni a ripetizione.

Indro Montanelli (1909-2001) etichettò il capo dc Amintore Fanfani (1908-1999) come «Il Rieccolo», una definizione che non scomparve mai dai racconti e dai ritratti della Prima Repubblica. L’aretino Fanfani, tipo vispo e fumantino come pochi, saliva e scendeva dal piedistallo che manco Valentino Rossi dalla moto. Quando era dato per spacciato o per politicamente rovinato, Fanfani rispuntava più pimpante di prima, e dagli angoli più remoti.
Renzi è toscano come Fanfani e caratterialmente non è dissimile dall’ex-tutto (solo il Quirinale gli fu precluso) dello scudo crociato. Non sappiamo se l’ex Rottamatore collezionerà le quaresime e le resurrezioni di colui che, insieme con Aldo Moro (1916-1978), si giovò del titolo di «cavallo di razza» dell’ippodromo dc. Sta di fatto che il combinato disposto tra la mossa di Salvini, l’atteggiamento iniziale di Zingaretti e la lezione del modello elettorale proporzionale (le maggioranze si fanno in Parlamento, non prima delle votazioni politiche), ha ridato fiato ai polmoni di Renzi che, controllando numerosi voti parlamentari del Pd, potrà dire la sua in tutte le partite che contano (comprese le sospirate nomine nei posti di governo e sottogoverno).

Per un Renzi che spera in una rimonta cui forse non credeva nemmeno lui, c’è un Conte che si prepara a scalare fra una trentina di mesi un Colle che soltanto 18 mesi fa poteva guardare (e ammirare) esclusivamente dall’esterno. Infatti. L’attuale premier, se la legislatura in corso non franerà prima della scadenza naturale, si ritroverà in pole position al Gran Premio decisivo, sia se, nel frattempo sarà rimasto ai box di Palazzo Chigi, sia se avrà fatto proficui giri di prova sulla pista della commissione esecutiva europea.

Da oggi comincia o dovrebbe cominciare - con parecchi neoprotagonisti (non solo sul fronte grillino) - una nuova corsa della politica italiana. Corsa che potrebbe durare fino al 2023, ma che potrebbe interrompersi alle prime curve, davanti agli ostacoli più inaspettati. Il sistema politico italiano è fatto così: non assicura stabilità. Se poi si aggiungono le passioni, i sentimenti e le ripicche degli uomini, la giostra non si ferma mai: gli alleati di oggi saranno sempre i rivali di domani. E viceversa.

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