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È in Italia che la rivincita dello Stato padrone - rifondato da Benito Mussolini (1883-1945) nel 1933 - appare oggi più concreta e pervasiva

De Tomaso da oggi in Rai  ricorda i giorni della Storia

Libertà politica e libertà economica sono due facce della stessa medaglia: la libertà-libertà. Fino a lustri anni addietro pareva che il cammino della libertà tout court non avrebbe incontrato ostacoli e che il futuro sarebbe stato l’età della libertà assoluta. Una stagione di opportunità e di soddisfazioni mai conosciuta nella storia del genere umano. Purtroppo le previsioni ottimistiche stanno facendo cilecca a dimostrazione che nulla è più impronosticabile, indecifrabile, indefinibile e sfuggente dell’avvenire.
Dopo la caduta del Muro di Berlino (1989), tutti davano per scontato un arretramento dello Stato tuttofare, tanto che molti politologi ed economisti davano per inevitabile l’avvento pressoché definitivo del liberismo puro.

Invece, dopo una fase iniziale in cui lo Stato ha azionato la retromarcia, da un po’ di tempo il ruolo dello Stato in economia si sta allargando come il girovita addominale di un obeso.
Il fenomeno non riguarda solo l’Italia, ma anche altri Paesi occidentali. Però, è in Italia che la rivincita dello Stato padrone - rifondato da Benito Mussolini (1883-1945) nel 1933 - appare oggi più concreta e pervasiva.

Mussolini fu l’ispiratore dell’Iri, un istituto ospizio che dopo aver salvato (rilanciato) banche e aziende italiche grazie alla perizia di economisti e tecnocrati di scuola nittiana, venne mandato al Creatore, all’indomani di Tangentopoli, dal moroteo Nino Andreatta (1928-2007), che pose fine alla successiva insopportabile sequela di sperperi strutturali e clientelismi organizzati.
Da qualche anno, però, l’Iri è risorta, anche se sotto altro nome, quello di Cassa depositi e prestiti. Non c’è crisi aziendale che non veda la Cdp in campo ora come consulente interessata ora, il che accade sempre più spesso, come risanatrice e azionista di ultima istanza.

La Cassa depositi e prestiti pare destinata ad avere un ruolo nel riassetto di Alitalia, che dopo un periodo trascorso all’ombra di proprietari privati, sembra sul punto di ritornare a bere carburante dai rubinetti dello Stato imprenditore.
Ma anche per il siderurgico di Taranto, prima o poi, si presenterà lo stesso scenario: fuoriuscita da parte dei privati e «salvataggio» a opera dello Stato centrale. Soluzione che rappresenterebbe un ritorno al passato, dal momento che prima dell’ingresso dell’industriale Emilio Riva (1926-2014) - sull’onda delle privatizzazioni avviate dal protocollo Andreatta-Van Miert che smantellò le nostre costosissime partecipazioni statali - era lo Stato il datore di lavoro dei mettallurgici tarantini. Ed era uno Stato - va detto senza perifrasi - che dell’ambiente e della salute si preoccupava poco o nulla.
Purtroppo la cultura anti-impresa e anti-crescita che sta riprendendo vigore in Italia sta spaventando molti imprenditori-imprenditori, fatta eccezione, ovviamente, per i cercatori di rendite e per i cacciatori (di finanziamenti) refrattari al rischio, tipologie umane che con l’imprenditorialità sana c’entrano come Cicciolina con la verginità.

E se la cultura anti-impresa riparte a tutto gas, la conseguenza naturale è il reingresso dello Stato, da mattatore unico, sul palcoscenico economico. Ma uno Stato che dovesse ricominciare a possedere tutti, o quasi, i mezzi si trasformerebbe automaticamente in un Stato depositario e gestore di tutti i fini, non soltanto economici, ma anche politici e sociali. Avete capito: anche la libertà politica inizierebbe a vacillare.
Ecco perché libertà economica e libertà politica si sostengono a vicenda. Se non c’è l’una, non ci sarà l’altra. Se soffre l’una, soffrirà anche l’altra.

Purtroppo, quando si comincia col ridurre i margini di libertà di persone, famiglie e imprese, si finisce per abituarsi al nuovo andazzo, senza la minima preoccupazione. Non a caso i divieti spuntano come funghi in tutti i campi e in tutte le amministrazioni, in una sorta di vetocrazia sistemica accettata supinamente da tutti. La Rete, inoltre, agevola la sudditanza nei confronti dei decisori, dei detentori del potere, perché tutto fa tranne che abituare la gente all’esercizio della ragione.
Lo Stato, tra l’altro, non è un’astrazione. Si manifesta quotidianamente attraverso il volto e le scelte dei suoi rappresentanti, con tutti i loro pregi e difetti. Lo Stato, quando sbaglia, non processa sè stesso e, quando lo ritiene utile, non disdegna, a gioco iniziato, di cambiare le carte in tavola.

Non sappiamo se la risorta stato-mania gioverà alla Penisola. Temiamo di no. Per la semplice ragione che la classe politica non possiede quasi mai tutte le conoscenze necessarie e che i costi di molti interventi pubblici ricadono sempre sui contribuenti (da tosare).
Finora era la Grecia ad occupare l’ultimo posto nella graduatori europea della crescita economica. Adesso il fanalino di coda si chiama Italia. La Grecia, a differenza dello Stivale, non solo sta risanando i suoi conti, ma si è affidata a maggioranze e opposizioni tutt’altro che arrendevoli di fronte al revanscismo dello Stato pigliatutto.

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