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Il successo della candidatura di Milano e Cortina per ospitare le olimpiadi della neve nel 2026 rilancia la sfida del Nord padano per ottenere l’autonomia rafforzata in 23 materie a legislazione concorrente votata nei referendum consultivi del Veneto e della Lombardia nel 2017. Dietro l’orgoglio comprensibile della squadra unitaria, guidata dalla discrezione e dal prestigio del presidente Mattarella e costruita sull’asse settentrionale e pragmatico tra uomini della Lega ed esponenti del Pd come il sindaco di Milano Sala, si staglia la figura di Matteo Salvini, in verità finora abbastanza defilato e marginale nella vicenda. Avanti con l’autonomia, ha detto ieri per beneficiare dell’ondata di entusiasmo e continuare a giocare la sua partita personale.

«WWorking togetheeer…» (“Lavorare insieme”) aveva detto invece il sottosegretario alla presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti subito dopo la proclamazione dei vincitori (47 voti a favore contro i 34 attribuiti a Stoccolma). In effetti, a Losanna la squadra dell’Italia non ha sbagliato un colpo: unità di intenti e ruoli differenziati, dal professionismo del presidente del Coni, il romano Giovanni Malagò, alla diplomazia di Giorgetti e degli uomini delle istituzioni locali e regionali (oltre a Sala i presidenti della Lombardia Attilio Fontana e del Veneto Luca Zaia). Ma soprattutto sembra che la vera carta vincente è stata la carica emotiva, insieme alla semplicità contagiosa, del gruppo delle giovani atlete, a partire dalla diciassettenne Elisa Confortola, di Bormio. Una carta tutta italiana, rispetto ai toni e ai comportamenti compassati della delegazione svedese. E’ lo spirito a guidare nelle imprese che lasciano il segno: rispetto degli interlocutori, ascolto, parole di condivisione, oltre all’indispensabile competenza e alla serietà. Non si vince con la violenza verbale e con la sicumera del potere, né minacciando di battere i pugni sul tavolo. Questa la vera lezione di Losanna.

Ma noi pugliesi e meridionali dobbiamo saper cogliere il vento del Nord che si è condensato nella vicenda Olimpiadi invernali dopo il “no” di Roma grillina alle Olimpiadi nella capitale. E dobbiamo imparare a leggerlo e capirlo questo avvenimento senza pregiudizi perché quello che sta avvenendo nella società e nei corpi territoriali ed economici del Nord interessa e coinvolge anche le regioni del Mezzogiorno, la nostra società, la nostra economia e il nostro futuro. Lombardi e Veneti, che insieme rappresentano circa la metà del sistema produttivo, hanno dimostrato di saper affrontare una sfida globale. Possiamo essere certi che sapranno utilizzare le Olimpiadi come l’occasione per accelerare ulteriormente il loro adattamento a un mondo sempre più veloce nelle trasformazioni. Non è solo una partita economica come quella che spinse il politologo e giurista della Lega di Bossi Gianfranco Miglio (1918-2001) a presentare come necessario ed inevitabile un federalismo forte per le regioni più produttive e ricche alle prese con la cooperazione-concorrenza con le regioni tedesche della manifattura industriale. Il sistema settentrionale che si sta globalizzando riguarda l’industria tradizionale e quella tecnologica, ma coinvolge anche i centri della scienza e della medicina, il design del mobile e della moda, la cultura e i progetti di ricerca sulla sostenibilità ambientale. Ed è intuibile che il sistema del Nord, dalle persone alle famiglie, dalle multinazionali tascabili alle istituzioni locali, nella competizione in atto abbia bisogno di rispondere con efficienza e prontezza alle nuove esigenze e richieste di governo dei processi. Le richieste di autonomie rafforzate nelle 23 materie di Veneto e Lombardia, e delle 15 dell’Emilia-Romagna, devono essere inserite nel quadro della globalizzazione così come si sta profilando nella fase di nazionalismi malcelati.
Il Mezzogiorno, con la sua residua classe dirigente e con la sua opinione pubblica, deve essere molto attento ai tornanti della storia. Se vogliamo evitare quello che molti prevedono, cioè una generale desertificazione delle attività, escluse alcune oasi locali, dobbiamo affrontare in modo competente e rigoroso la questione del federalismo spinto. Ovviamente, non possiamo accettare che ci sia un arretramento delle condizioni di vita delle nostre comunità: educazione, istruzione avanzata, formazione, garanzia di insegnanti e docenti ben formati, copertura dei bisogni di quanti non possono permettersi la scuola; diritti sociali in testa la salute, servizi territoriali di assistenza; infrastrutture e sostegni alle università e ai centri di ricerca; riqualificazione e specializzazione delle attività agricole, applicazione delle nuove conoscenze sulla sostenibilità ambientale in tutti i processi di produzione di beni e servizi. Su questo le regioni del Sud non devono arretrare, anzi devono rivendicare sostegni più efficienti e generosi.

Ma alcune questioni devono tenere uniti il Nord e il Sud. In primo luogo non possiamo tornare indietro centralizzando funzioni e competenze che spettano alle regioni e alle autonomie locali. I tentativi di ricentralizzare sono quotidiani, il dirigismo nazionale incombe in molti settori, anche nelle politiche di coesione finanziate dall’Unione europea. Lo statalismo è ancora una brutta bestia per la democrazia, come ha scritto Luigi Sturzo cento anni fa. E’ certo che non possiamo avere 20 diverse pubbliche istruzioni, con programmi e lingue diverse, né possiamo pensare a 20 giustizie o 20 sovrintendenze di piccole nazioni. E ovviamente non possiamo neanche per pigrizia consentire un affievolimento dei sentimenti di unità nazionale, ma le classi dirigenti e i corpi sociali ed economici del Mezzogiorno sanno che per restare o entrare nelle filiere produttive e sociali del nuovo mondo dobbiamo essere sempre più trasparenti nella gestione pubblica, conoscitori appassionati dei dossier, costruttori di sistemi di cooperazione e amanti della libertà individuale. Sono le singole persone che formano le squadre, come hanno dimostrato i vincitori di Losanna. E’ una lezione anche per noi, umana, spirituale e di generosità verso gli altri. E’ questa l’Italia che piace a noi e al mondo intero.

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