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L’abile strategia comunicativa di Salvini ha riportato i simboli religiosi alla ribalta della cronaca politica

Com’è difficile essere cattolici ai tempi del sovranismo

L’abile strategia comunicativa di Salvini ha riportato i simboli religiosi alla ribalta della cronaca politica. Aveva cominciato a Milano durante la campagna elettorale per le Politiche del 2018 esibendo un Vangelo durante un comizio; ha poi proseguito a fasi alterne. Nelle ultime settimane - da ministro dell’Interno - ha accentuato i riferimenti al Vangelo, alla Vergine Maria e ai santi sia nei comizi nelle piazze che durante le ospitate nei talk show televisivi. Ma anche tra un selfie e l’altro compaiono crocifissi e medagliette. Una religione più ostentata che praticata, poiché non si ha notizia di Salvini che, per esempio, va a messa.

Lo scopo del leader leghista e del suo potente staff di comunicatori potrebbe essere quello di accaparrarsi i consensi e i voti dei cattolici, rimasti in qualche modo orfani di una rappresentanza politica definita e ritenuti pertanto «irrilevanti». Può darsi, ma appare piuttosto semplicistica. In realtà l’intera strategia politica di Salvini, prima all’interno del partito e poi nel governo, parte da lontano e punta decisamente più in alto.
Il primo passo mediatico-politico mosso dal segretario leghista è stato cancellare dal simbolo del partito la parola «Nord». Se non l’avesse fatto, sarebbe stato molto difficile raccogliere voti fra i «terroni», come amorevolmente ci chiamavano Bossi e soci. Ora Salvini ha cancellato entrambi termini dal vocabolario leghista per costruire un’identità più ampia, cioè nazionale, che è il suo vero scopo. «Nord» e «terroni» sono termini fortemente identitari, ma indicano due gruppi più piccoli, molto conflittuali fra loro e quindi poco utili per coronare il sogno sovranista. Di qui la necessità di individuare un’altra base identitaria.
L’altro giorno all’assemblea dei vescovi italiani si è parlato non a caso di «sovranismo religioso», cioè dell’uso della religione – in questo caso il cattolicesimo – e dei suoi simboli come elemento identitario e quindi di distinzione dagli altri. Nella storia il ricorso al termine «identità», che sul piano politico e militare si traduce nel termine «nazione», non ha mai portato a nulla di buono. Il concetto di identità è l’anticamera del nazionalismo che oggi, proprio per evitare indigesti riferimenti al passato, viene indicato con il termine sovranismo. Parola che, derivando da sovranità, ha un sapore più democratico: di sovranità si parla addirittura nella Costituzione.

Molti nazionalismi poggiano su un cemento identitario costituito in larga parte dalla religione: è accaduto nella guerra nell’ex Jugoslavia come accade in Cecenia, nelle ex Repubbliche baltiche come nella Cipro ancora divisa dal filo spinato. Lo stesso Trump scatena l’offensiva contro l’aborto, mentre Putin va a baciare la reliquia di San Nicola arrivata da Bari.
Il guaio della parola identità è, che indicando una base di riconoscimento fra individui simili, può essere usata in maniera inclusiva, per creare un gruppo, ma anche con valenza di chiusura, per marcare la differenza dagli altri. Purtroppo, l’uso più frequente del termine è quest’ultimo: oggi il concetto di identità è usato come strumento per incanalare e intercettare le paure del futuro, verso il quale stiamo perdendo ogni capacità di costruzione. Viviamo concentrati sull’attualità senza pensare al domani. Ma il vuoto di prospettiva crea in ciascuno spavento e timore.

Il sovranismo religioso, per secoli praticato anche dai papi e dalle gerarchie ecclesiastiche, è in contrasto con l’essenza autentica del messaggio evangelico. Il comandamento dell’amore predicato da Gesù è valore non negoziabile, così come non negoziabili sono gli altri fondamenti del cristianesimo. Si dà tuttavia l’impressione, soprattutto da parte cattolica, che si vogliano annacquare le differenze più scomode tra le varie fedi, per creare una sorta di minestrone in cui tutti ci si vuole bene, a prescindere se si è cristiani, musulmani, buddisti o ebrei. È una sensazione sbagliata: è la cultura generata da ogni credo religioso che può creare il dialogo, il quale nasce e resta sul piano culturale, appunto. Solo in questo ambito possono avvenire le mediazioni, le «comprensioni», le pacificazioni, non sul piano dei contenuti della fede, che altrimenti non sarebbe più tale.
Il percorso politico e sociale dei cattolici appare allora più difficile. Perché devono mantenersi fedeli al credo evangelico, ma senza trasformarlo né lasciarlo trasformare in strumento di identità politica, altrimenti lo scivolamento nel sovranismo religioso sarebbe pressoché inevitabile.
Il voto alle prossime Europee potrebbe sancire o no una predominanza del sovranismo politico a Bruxelles; ma il rischio più grande è che apra la strada al sovranismo religioso.

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