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E poi dicono e ridicono che il primato della politica non si tocca, che i tecnici devono soltanto obbedire e che solo gli eletti dal popolo hanno il diritto-dovere di decidere. Bene. Chi si prenderà a Roma la responsabilità di firmare la prossima legge di bilancio che, come sanno pure in Papuasia, non sarà festosa e munifica come l’apparizione di Babbo Natale? In scadenza ci sarebbero due rate da infarto (per i deboli di cuore): 53 miliardi da suddividere in due annualità, onde onorare le clausole di salvaguardia (traduzione: cambiali) sottoscritte in questi anni dai governi italiani (non solo dall’esecutivo guidato da Giuseppe Conte).

In caso di forfait, guai in vista per l’Italia in Europa: procedura d’infrazione, commissariamento da parte della Troika (Bce, Fmi, commissione esecutiva Ue), sconcerto e speculazione sui mercati, fuga dei capitali all’estero, depressione generale. Qualche spirito metà incosciente metà ridanciano non manifesta alcuna apprensione per uno scenario di tal fatta che, portato alle estreme conseguenze, comporterebbe il secondo distacco (continentale) dall’Europa, dopo quello votato dalla maggioranza degli elettori inglesi (ad eccezione di Londra). Ma, per fortuna, oggi i tifosi di Italexit sono inferiori, sul piano numerico, ai supporter di una piccola squadra calcistica di provincia.
Ciò detto, ritorniamo alla domanda iniziale. Chi, nel palazzo della politica, si assumerebbe il rischio, o meglio chi avrebbe il coraggio di varare una manovra economica lacrime e sangue che, ovviamente, provocherebbe un inevitabile doloroso salasso elettorale per i suoi autori?

La storia della Repubblica corrisponde a un’alternanza tra governi politici (molti) e governi tecnici (pochi). Intendiamoci. Tutti i governi sono politici, sia perché le scelte finali, stringi stringi, sono sempre politiche, sia perché il placet finale a tutti i provvedimenti, anche a quelli sfornati dai cosiddetti team tecnici, deve arrivare dal Parlamento, che è composto dai rappresentanti del popolo, ergo è la quintessenza di un’istituzione politica.
Ma ci sono governi, in fasi particolari, che non possseggono un chiaro imprinting politico. Sono governi che sorgono per il fuggi-fuggi dei leader da scomodi ruoli di responsabilità; e che devono prestarsi a fare il cosiddetto lavoro sporco, che in realtà è un lavoro pulito, per cercare di mettere un po’ d’ordine nei disastrati conti della finanza pubblica, o per tentare di placare la tensione nei momenti di esasperata conflittualità politico-sociale.
Infatti. Tutti i governi «tecnici» sorti in più di 70 anni di vita repubblicana, sono serviti a supplire alle carenze e alle latitanze di responsabilità manifestate, innanzitutto, proprio dalle vestali del «primato della politica». Non a caso, i governi «tecnici» hanno puntualmente fatto il pieno di impopolarità: dall’esecutivo di Giuliano Amato (1992-1993) alla compagine di Mario Monti (2011-12), per limitarci ai due casi più noti. Chi, al loro posto, tra i big della politica, avrebbe accettato a cuor leggero di limare i conti correnti dei risparmiatori, di sfidare le piazze e di sottoporsi al gioco al massacro nelle arene dei media? Nessuno, o quasi. Il replay di queste rappresentazioni del recente passato potrebbe andare in onda nelle prossime settimane, dopo le europee del 26 maggio. I conti del Belpaese sono quelli che sono. Visto che nessuno vuole tagliare un euro alla spesa pubblica, non restano che tre strade per poter rispettare (in parte) i parametri europei. Eccole: l’imposta patrimoniale; l’aumento dell’Iva; il nuovo deficit.

La patrimoniale piace all’esterno (Europa), ma non piace all’interno (Italia). Non piace né agli eventuali tartassati né (forse) ai possibili tartassatori, ossia ai due soci del governo in carica. Idem (cioè: non piace) l’aumento dell’Iva, che potrebbe mortificare i consumi e incrementare il senso di sfiducia dei cittadini. Rimane la terza opzione: chiedere a Bruxelles di chiudere un occhio sullo sforamento del rapporto deficit/Pil. Ma questa terza soluzione ha zero probabilità di essere accolta, perché si scatenerebbe l’inferno da parte di tutti gli Stati europei, o da quelli che, più disciplinati, si attengono ai vincoli dei trattati.
Insomma, il sentiero è stretto, per citare il titolo del libro dell’ex ministro Pier Carlo Padoan. Ma siccome difficilmente questo sentiero di sacrifìci sarà percorso dalle forze oggi al governo, è assai probabile, per non dire di più, che la manovrona d’autunno venga approntata da una squadra di tecnici che si assumerà il compito di preparare l’ennesima stangata a tutela della finanza pubblica e della reputazione sui mercati.
Inevitabilmente, la classificazione tecnica del futuro governo, accompagnata dal solito florilegio di denigrazioni (Poteri Forti, Èlite mai legittimate, Dittatura tecnocratica, Rivincita di Soros, Potenza della globalizzazione eccetera) non solo farà rifiatare i populismi in campo, risparmiando loro la fastidiosa incombenza di firmare provvedimenti restrittivi/punitivi, ma consentirà proprio a loro (ai capi politici) di ricominciare la campagna elettorale scatenandosi contro il rigore anti-popolare dei tecnici al comando e giurando che mai, in futuro, la rappresentanza selezionata dai cittadini (ossia la classe politica) cederà il posto a chi non si è sottoposto al giudizio dei votanti. Un argomento, quest’ultimo, per la verità, non nuovo, oltre che più citato e venduto di un libro di Andrea Camilleri.

Conclusione. I fulmini tra Di Maio e Salvini sono così frequenti che un giorno o l’altro a Palazzo Chigi scoppierà l’incendio. Ma prima di ridare la parola agli elettori, si dovrà scrivere la legge finanziaria. In panchina già si scalda qualche super-tecnico. Mario Draghi? No, un top player che ha guidato il board della Bce potrebbe ambire più al Quirinale che a Palazzo Chigi. Carlo Cottarelli? Forse. Anche perché oggi Mister Spending Review è più conosciuto, al grande pubblico, di un anno fa. Sarà lui il successore di Conte, se la prossima legge di stabilità farà paura? Chissà. In ogni caso, una manovra di dolori non potrà che richiedere una formazione di professori.

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