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Il «Trono di Spade» e la rappresentazione dell’eterno potere

Il «Trono di Spade» può essere definita l’espressione visiva e atemporale della cultura criminologica, il patrimonio che riguarda le sensazioni, i legami e le emozioni impastate di concetti e di idee

Il «Trono di Spade» e la rappresentazione dell’eterno potere

È in piena ripresa l’ultima serie del «Trono di Spade», una fiction che puo’ essere definita l’espressione visiva e atemporale della cultura criminologica, il patrimonio che riguarda le sensazioni, i legami e le emozioni impastate di concetti e di idee. È un mirabile esempio di crimine del sublime, di quella fascinazione materiale e irreale per la violenza, un inno al delitto sotto forma di intrecci e intrighi che trasmette una struttura narrativa fatta di significati storici sospesi nel tempo, incarnati in simboli ed espressi in forme metaforiche per mezzo delle quali i personaggi comunicano e perpetuano le loro nefandezze in un contesto di cultura guerriera che travalica gli aspetti emotivi intrinseci. Tutta l’organizzazione filmica e’ intessuta di trasgressioni considerate come un significato condiviso e negoziato dai protagonisti che ne rimarcano le scelleratezze e i tradimenti. Ed e’ proprio in questo processo che i crimini perpetrati, agli occhi degli spettatori, si traducono in divertimento, in un diversivo ammaliante che fa soffrire e lacera gli animi, e li ridefinisce affascinanti e seduttivi, dando un senso emozionale alle vicende e ai tradimenti. I creatori della storia in relazione ai raccapriccianti episodi presentano un cifrario discorsivamente codificato all’interno di un disegno, vale a dire «incorniciati».

Il racconto Nella narrazione del «Trono di Spade», e in questo consiste il suo successo, la violenza viene mediata dal sentimento per il reale, si destreggia tra il sacro e il profano e affonda nelle radici delle effervescenze collettive, cioe’ quelle strutture che apportano cambiamenti basilari in una dimensione di mercificazione e spettacolarizzazione della cultura deviante e brutale. Il plot senza tempo e’ sostanzialmente moderno, riflette le sfide che si giocano sul piano concettuale attraverso la manipolazione delle definizioni e la seduzione delle immagini. Vi si assiste a una sorta di «ricchezza emotiva» legata all’intreccio e alle dinamiche psicologiche.
Sembra che tutto lo scenario, o meglio la storicita’ dei protagonisti, non abbia paura del crimine, che ne sia vaccinato, quasi immune; che attraversi la realta’ senza pregiudizi e che le emozioni siano i veri interpreti che fungono da esperienze intime, antitetiche rispetto alla ragione e che l’insieme costituisca una antesignana sociologia dell’emotivita’, il braccio metafisico della criminologia culturale: i tratti distintivi dell’unicita’. Le emozioni, le espressioni piu’ profonde della personalita’, sono gli strumenti per misurare chi sono davvero le persone e qual è la loro anima. È questo che fa la cultura delle emozioni: incrociare le versioni piu’ disparate e inaspettate. In questo senso la sfera interiore è di fondamentale importanza per attibuire un contenuto profondo agli avvenimenti che si susseguono. C’è del sublime in questo sguardo analitico che percorre tutto il bagaglio introspettivo dei vari attori che ruotano attorno al crimine in un avvicendarsi di rabbia, frustrazione, noia e desiderio contenuti in un brivido, in una girandola di sapiente interazione. Il contenuto culturale-psicologico prende una forma ricercata, determinata, gestita con grande competenza ed esperienza. Più’ si va avanti nella visione, più si assiste alla sociologia delle emozioni e le persone si vedono per quelle che sono, che si sentono effettivamente, e non per quelle che tentano di sembrare. Si recita realisticamente tra inquadrature e dettagli, tra consapevolezza distruttiva ed esplosioni affettive che lasciano il posto a sentimenti espulsivi come odio, amore e viltà. Il rancore e la smania di punizione nei confronti dei nemici, considerati entita’ mostruose, caratterizzano la determinazione degli interessati ai risvolti macabri e sanguinolenti.

Lo spettatore La prospettiva emotiva-gestionale prende lo spettatore che si fa attrarre dal meccanismo di proiezione e dall’aggressività interpretativa dei protagonisti coinvolti in situazioni basate sulla morte spettacolare mostrata nei particolari della sua esecuzione. In sostanza, la fiction è come permeata di adrenalina, di eccitazione, di terrore, di congiura e di piacere collegati capillarmente alla vittimizzazione dei ruoli in un registro simbolico e in una sfera di fantasia invasiva e soffocante, nella continua e disperata ricerca d’intensità, sovrastata dalla confusione tra realtà e rappresentazione, sperduta in un labirinto di storicita’ senza tempo e scandita da una dimensione onirica del male. Si attua il carnevale del crimine, ovvero la trasposizione dell’immaginario nella vita reale, che scorre a ritmi frenetici, piena di figure e informazioni, che crea una societa’ caleidoscopica in cui la verita’ non si distingue facilmente dallo spettacolo, in una distorsione percepita e ridefinita dagli attori sociali in campo: spettatori, autori e vittime.

In sintesi, si assiste a una specie di stanza degli specchi, in cui le forme simboliche rimbalzano da un modello all’altro, dalla quotidianità alla recita, e viceversa, dando vita alla contemporaneità. La cultura attuale e’ composta in gran parte da una componente visiva fatta di Internet, iphone, televisione e cinema, che ne sottolineano la natura, costruendo livelli figurativi e introspettivi. Da questa interpretazione nasce l’incanto per il crimine, i cui significati s’intersecano con la prospettiva contemporanea attenta alle trasformazioni tipiche della societa’ attuale. La Serie televisiva giunta alla sua conclusione traduce l’aspirazione d’intercettare sia il reale, sia il virtuale, e s’immerge in un mondo fantastico intriso di formazione visiva emozionante e divisa tra una confusa concretezza e una rappresentazione malefica del potere.

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