Martedì 23 Aprile 2019 | 05:51

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La web-giustizia altro pericolo per le garanzie democratiche

«Ma da quando la Rete si è trasformata in una sorta di Grande Sorella collettiva, la patologia del processo mediatico ha raggiunto vette ancora più raggelanti»

memoria e web

Tra le numerose e pericolose conseguenze prodotte dall’exploit della Rete non vi è sola la miscela esplosiva tra democrazia plebiscitaria e pulsioni anti-meritocratiche (uno vale uno) che stanno minando il sistema rappresentativo. Vi è, anche o soprattutto, una più corale spinta in direzione del cosiddetto processo mediatico, che, sempre più spesso, sul Web assume le sembianze di una giustizia del popolo, di un populismo giudiziario del tutto indifferente e insofferente alle garanzie del diritto e ai princìpi della civiltà giuridica. Beninteso. Anche l’informazione tradizionale (giornali e tv) ha le sue brave colpe per il successo della giustizia show.

Ma da quando la Rete si è trasformata in una sorta di Grande Sorella collettiva, la patologia del processo mediatico ha raggiunto vette ancora più raggelanti. La gogna pubblica dilaga sui social, con tanti saluti alla ricostruzione dei fatti e alla reputazione delle persone, reputazione che in un mondo ultraconnesso costituisce il bene più prezioso di ciascuno.
Moro Il primo a comprendere i rischi della degenerazione del processo mediatico fu Aldo Moro (1916-1978). Quando, a metà degli anni Settanta, sull’onda dello scandalo Lockeed, alcuni maggiorenti dello scudo crociato, vennero indicati da alcuni giornali come percettori di tangenti dagli Usa, Moro (il cui nome venne pure sussurrato da qualche mascalzone) reagì con forza e indignazione. E quando, alla Camera, intervenne nella discussione sulle accuse rivolte al ministro Luigi Gui (1914-2010), il presidente dc pronunciò una frase («Non ci faremo processare nelle piazze»), che la pubblicistica corrente volle interpretare a modo suo, scambiandola con la pretesa di immunità e impunità per la nomenklatura al potere. Tutt’altro. Da raffinato giurista e da politico rispettoso della Legge, Moro intendeva dire che gli imputati della vicenda Lockeed avrebbero accettato di farsi processare solo nelle aule di giustizia, nei tribunali, non nelle piazze, a cominciare da quella più importante di tutte: l’agorà televisiva.
Né avrebbe mai potuto immaginare, Moro, l’ulteriore deriva che avrebbe imboccato la giustizia sommaria dopo l’avvento di Internet. Ormai siamo al metaprocesso, al baccanale delle opinioni impulsive. Giorno dopo giorno l’ossessione mediatica nella ricerca delle responsabilità sta sacrificando una serie di garanzie, in primis la presunzione di non colpevolezza.
Lo scopo del processo mediatico è facilmente comprensibile: espropriare la giurisdizione ai giudici affinché quest’ultimi non siano più liberi di decidere, stretti, come vorrebbero i registi della Rete, tra l’incubo della gogna e la prospettiva del plauso. Ma una giurisdizione senza autonomia, non solo dalla politica, ma anche o soprattutto, dal clamore mediatico, è una non giurisdizione, diventa la parodia della giustizia.
Per non parlare degli effetti collaterali del processo mediatico esasperato dalla Rete. Per gli imputati tutto ciò significa patire una seconda sofferenza, oltre a quella del procedimento giudiziario in sé: la sofferenza dello svergognamento pubblico. Forse ancora più grave.

Intendiamoci. All’origine del processo mediatico vi è la contrapposizione tra due diritti difficilmente compatibili: il diritto di cronaca giudiziaria e i diritti di riservatezza e presunzione di innocenza. «Garantire l’incolumità dell’imputato è praticamente inconciliabile - osservava il grande penalista Francesco Carnelutti (1879-1965) - con l’articolo della Costituzione che sancisce la libertà di stampa». Ma, anche Carnelutti, come Moro, non poteva neppure immaginare la successiva forza dirompente della Rete nel calpestare non solo la dignità di un imputato, ma anche la reputazione di chiunque dovesse capitare davanti al plotone di esecuzione dei professionisti dello sputtanamento pubblico. Di fronte alle degenerazioni del Web «siamo tutti in libertà provvisoria» avrebbe forse commentato uno studioso come Carnelutti.
Alle corte. Se il processo ordinario ricalca il rito accusatorio, il processo mediatico riesuma il rito inquisitorio. Se il processo ordinario si fonda sulla presunzione di non colpevolezza, il processo mediatico, enfatizzato dalla Rete, si fonda sulla presunzione di colpevolezza, specie quando la persona indagata è ricca, famosa o influente, e come tale, meritevole dell’invidia sociale o politica (da parte degli avversari).

E pensare che il diritto penale nasce come strumento di individuazione di meccanismi per «raffreddare le emozioni», non per eccitare le passioni o la cultura del sospetto. Un fuoriclasse, un maestro del diritto come Francesco Carrara (1805-1888) ha lasciato in eredità questa lezione: il processo penale deve essere concepito come fonte di garanzie, non come strumento per presentare in anticipo una condanna.
Rischi Purtroppo la Rete contribuisce molto più di altri strumenti della comunicazione a eccitare gli animi, a interferire sulla serenità di chi giudica, a pretendere sentenze ritagliate sugli umori del contesto.
Le democrazie non sono più sicure, tranquille, blindate, come si pensava finora. Il populismo figlio del web le sta erodendo come un tarlo, politicamente parlando. Ma la Rete sta erodendo pure il sistema di garanzie su cui si fonda l’ordinamento giudiziario, visto che non ha bisogno dei tempi canonici della giustizia ordinaria per emettere sentenze di condanna senza la minima conoscenza dei fatti.

E la giustizia-giustizia, ossia la giustizia dei tribunali, rappresenta un pilastro fondamentale per l’intero edificio democratico. Le democrazie possono svanire non solo per le tentazioni autoritarie, ma anche per gli attentati alle garanzie in materia giudiziaria.

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