Venerdì 19 Aprile 2019 | 12:16

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L’illusione fatale del «direttismo»

Più che di populismo (termine abusato di questi tempi) si tratta di un preavviso di oclocrazia, quella degenerazione della democrazia che gli antichi greci guardavano come pericolo da cui difendersi strenuamente

Le illusioni pericolose nel segno del «popolo»

"Uno vale uno” è il primo comandamento del decalogo pentastellato. Sintetizza in maniera efficace il progetto dei Cinquestelle, la loro idea di democrazia in cui tutto è appiattito verso il basso, le competenze non valgono né tantomeno le esperienze ma tutti possono fare tutto (e su tutto discettare) pur di essere bravi a smanettare su web e a raggranellare una manciata di voti utili per trionfare nelle “parlamentarie”, viatico indispensabile per accedere alle consultazioni elettorali e, in prospettiva, ad incarichi politici di prestigio.

Più che di populismo (termine abusato di questi tempi) si tratta di un preavviso di oclocrazia, quella degenerazione della democrazia che gli antichi greci guardavano come pericolo da cui difendersi strenuamente. Ne parla Polibio nelle sue Storie, nell’ambito della sua teoria ciclica delle forme di governo: la democrazia finisce per essere abolita – a comandare è una piccola élite – e si converte in demagogia. Il popolo – che si illude di esercitare il potere – diviene strumento manovrato da pochi. È la dittatura della maggioranza, evocata da Alexis de Tocqueville, che annienta ogni libertà individuale.
E oggi?

È la democrazia diretta – o democrazia del click – a farsi strada, propagandata come unico rimedio possibile e praticabile per le distorsioni e i fallimenti della democrazia rappresentativa, che da un po’ di tempo ha mostrato i suoi limiti anche a causa della corruzione dilagante, cui bisogna dunque contrapporre gli strumenti dell’antipolitica per mettere k.o. la casta.
Accade, però, che questo idilliaco sistema di partecipazione popolare all’amministrazione della cosa pubblica presenti della criticità, che inducano istituzioni indipendenti deputate a tutelare i diritti fondamentali di ciascuno – sia esso un fan della (innovativa?) democrazia diretta o un supporter della (obsoleta?) democrazia rappresentativa –, scolpiti nella prima parte della Costituzione e sostanzialmente intangibili, a differenza della bramata democrazia diretta, che è presente con tratti di partecipazione popolare (referendum, progetti di legge di iniziativa popolare, etc.) innestati in un modello sostanzialmente rappresentativo.

È successo qualche giorno fa. Non per un perfido sgambetto dei tanto vituperati poteri forti, vera e propria araba fenice dei nostri tempi: «che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa» (Metastasio, Demetrio). Più semplicemente, il Garante per la privacy ha multato la piattaforma Rousseau perché non gode delle proprietà richieste a un sistema di voto elettronico. Non solo. Nel provvedimento si precisa che non sono garantiti la protezione delle schede elettroniche e l’anonimato dei votanti, così come non è salvaguardata «l’integrità, l’autenticità e la segretezza delle espressioni di voto».
Non si tratta di un fatto marginale, se si considera l’uso che di tale piattaforma vien fatto dal Movimento Cinquestelle – nel nome dell’agognata democrazia diretta – in passaggi politici fondamentali: la selezione dei candidati per le competizioni elettorali, la designazione dei candidati alla Presidenza della Repubblica, la consultazione degli iscritti al fine di prendere decisioni politiche rilevanti, potenzialmente in grado persino di incidere sulle sorti del Governo, com’è accaduto di recente in occasione del caso Diciotti.

Ciò significa che la vita politica dell’intero Paese si regge in parte su un sistema claudicante – a voler escludere deficit di trasparenza intenzionali o manipolazioni, allo stato non emersi né dimostrabili – che gestisce oltre dieci milioni di voti di altrettanti elettori (se consideriamo le politiche dello scorso anno) ripetendo all’infinito il mantra “democrazia diretta”.
Eppure, il (vero) leader dei Cinquestelle Davide Casaleggio – eminenza grigia del Movimento nonché ispiratore e padrone della piattaforma Rousseau – ha risposto in maniera disarmante, denunciando il carattere politico della sanzione. Delegittimando così l’Authority e preannunciando la sostituzione del poco gradito Garante. In linea con il berlusconismo del Cavaliere – nemico pubblico numero uno dei pentastellati – che bollava come comunisti i magistrati che lo inquisivano, le famose toghe rosse, accusandoli – talora non senza ragione – di parzialità e di accanimento giudiziario. Senza peraltro giungere a minacciare la loro epurazione.

L’eretica grillina Elena Fattori – che conosce il sistema dall’interno – ha duramente affermato che ogni decisione è nelle mani del “signore della piattaforma” (Davide Casaleggio), delineando scenari orwelliani, fondali da incubo: manipolazione dei voti, profili fake per incrementare i pacchetti di voti. Democrazia diretta? Boh, se mai democrazia ridotta.
Ma poi, cos’è davvero la democrazia diretta? Le sue origini risalgono all’antica Grecia, nell’Atene del V secolo, quale sistema atto a governare una piccola comunità, delle dimensioni grosso modo paragonabili a quelle degli iscritti alla piattaforma Rousseau. Improponibile, quindi, con grandi numeri. Ed infatti nel mondo contemporaneo la democrazia diretta è qualcosa di assai più sfumato.

Al di là della mistificazione dell’“uno vale uno”, dunque, il modello di democrazia diretta concretamente attuabile oggi sarebbe qualcosa di molto controllato da una sparuta élite (magari digitale) che indottrina le masse apparentemente dal basso. Con un “parlamento virtuale”, che si avvarrebbe di strumenti quali il referendum, la legge di iniziativa popolare, la petizione. Come dire, tanto rumore per nulla. O meglio, per creare l’illusione in ogni cittadino di essere costantemente protagonista della vita politica. Il tutto attraverso un’enigmatica piattaforma, contenti di essere meglio governati. Sì, ma da chi?

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