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In Puglia e Basilicata

L'analisi

Il fantasma patrimoniale in un paese sfiduciato

Italia fuori dal Mondiale,  31enne strappa il Tricolore del monumento a caduto

La fiducia costituisce il principale propellente per una comunità. Senza un’iniezione diffusa di fiducia, nemmeno il legislatore più lungimirante potrebbe rianimare un’economia col fiatone

07 Aprile 2019

Giuseppe De Tomaso

Nessuna crescita può essere stabilita per decreto. Lo sanno anche coloro che sfornano un provvedimento dopo l’altro. Se così fosse, se davvero, cioè, fosse sufficiente un decreto per rimettere in moto un’economia, l’Italia e il resto del mondo avrebbero risolto da tempo immemorabile il problema della povertà. Invece, non solo le leggi incidono poco o punto sul «fattore crescita», ma sovente provocano l’effetto contrario, ossia una fase di decrescita e di impoverimento generale.
La fiducia costituisce il principale propellente per una comunità. Senza un’iniezione diffusa di fiducia, nemmeno il legislatore più lungimirante potrebbe rianimare un’economia col fiatone. Ma la fiducia non è un oggetto che si trova in vendita su uno scaffale dell’ipermercato. La fiducia dipende dalla situazione mondiale e soprattutto dallo spirito prevalente nella nazione e nel luogo in cui si vive e si lavora.
E oggi, bisogna prenderne atto, tutto congiura contro la rinascita dell’elemento fiducia: dagli inglesi fuori di testa che vogliono mollare l’Europa, agli americani di Donald Trump che vogliono bacchettare i tradizionali alleati del Vecchio Continente; dai russi e cinesi che vogliono assoggettare politicamente ed economicamente l’Europa intera, ai singoli stati dell’Unione che fanno a gara per trattare singolarmente condizioni migliori (sic) con Mosca e Pechino.
Nel frattempo le economie degli stati nazionali europei vanno sempre più in affanno, comprese le più affidabili e proverbiali locomotive in circolazione, tipo quella germanica.
L’Italia sta messa peggio di tutti, con un debito mostruoso che ne impedisce il rilancio. Qualche spirito allegro ritiene addirittura che il nostro debito non sia una sciagura e che anzi bisognerebbe seguire l’esempio del Giappone, il cui indebitamento rispetto al Pil è di gran lunga più cospicuo.

I cultori del debito a oltranza dimenticano che il Giappone vanta una tassazione più sostenibile rispetto al balzelli italiani e che la stessa spesa pubblica nipponica non è tracimante come quella dello Stivale. Il che rassicura non poco i sottoscrittori dei titoli del debito pubblico di Tokio.
In Italia, invece, si fa di tutto per alimentare la sfiducia, a iniziare dal proposito di chiudere i negozi nei giorni di festa. Gli stessi elettori storici della Lega, a giudicare dalle inchieste giornalistiche e dai sondaggi nel profondo Nord, si chiedono se davvero erano necessarie quelle misure, simboliche, che hanno portato il governo Conte-Di Maio-Salvini a sfidare tutti gli organismi internazionali. «Quota cento» sulle pensioni e «reddito di cittadinanza» sono destinati ad appesantire vieppiù i conti pubblici, il che significa che la tassazione prossima ventura risulterà ancora più stracarica. E con una tassazione più onerosa neanche il più inguaribile ottimista se la sentirà di investire (a cuor leggero) cultura, capitali e futuro sul suolo del Belpaese.

All’orizzonte si profila una manovra-choc da 50-55 miliardi di euro. Ovviamente, nessuno, fra i leader, vorrebbe farsi trovare nella condizione di dover siglare lui stangate da capogiro. Ma le clausole di salvaguardia, superficialmente sottoscritte dai governi italiani, vanno onorate come cambiali. E se poi, per ragioni di calcolo elettorale, i programmi di spesa continuano a crescere, il conto finale di cotanta disinvoltura sale e salirà a dismisura, con tanti saluti alle attese e alle speranze dei cittadini.
Già incombe un fantasma, la solita patrimoniale. In realtà, la patrimoniale, anzi una pluri-patrimoniale, c’è già e colpisce sia la ricchezza finanziaria sia la ricchezza immobiliare. La collezione di tasse sulla casa, ad esempio, è più lunga di un album di figurine Panini. E ha già contribuito a svalutare un bene - il mattone - che per secoli ha rappresentato il vero salvadanaio della Penisola. Ora si volta pagina? Macché. Le patrimoniali sono come le ciliegie: una tira l’altra. Più ce ne sono, più si radica la vulgata che le patrimoniali siano poche o che siano troppo blande. E siccome nessuno intende tagliare spese improduttive o carrozzoni clientelari che producono voti, anche stavolta verrà fatta passare, ovviamente in nome della giustizia sociale e redistributiva, l’idea che la patrimoniale è inevitabile e sgradevole, ma poi risanerà il Paese. Verrà pure garantito che sarà l’ultimo sacrificio richiesto ai contribuenti (cioè ai soliti fessi che pagano fino all’ultimo centesimo) e che appena i conti si rimetteranno in ordine (campa cavallo) aliquote e addizionali verranno segate (bum). Verrà infine ribadito che gli evasori smetteranno di farla franca e che verranno puniti con una spietatezza degna della sharia nel Brunei. Insomma, riandrà in onda il solito repertorio di premesse e promesse che precede e segue tutte le batoste fiscali su quest’Italia sfortunata.
Ma chi vorrà assumere l’impopolare incarico di tosare nuovamente il gregge italico? Giovanni Tria potrebbe essere l’ideale come tassatore designato. «Diamo la colpa a lui e chi s’è visto s’è visto», potrebbero ragionare a bassa voce Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ma questo ragionamento presenterebbe qualche contro-indicazione. Fino a prova contraria, Tria è il ministro dell’economia di un governo i cui due unici azionisti si chiamano Di Maio e Salvini. Troppi rischi di correità per entrambi.
In più di 70 anni di democrazia repubblicana, soltanto i governi tecnici si sono assunti l’ingrato compito di alleggerire le tasche degli italiani. I governi politici hanno sempre preferito schivare una pratica così scomoda. E oggi? Cosa farebbero Di Maio e Salvini di fronte alla prospettiva di dover confezionare loro una legge di stabilità più dolorosa di un’estrazione (senza anestesia) dal dentista? Preferirebbero andare avanti o, anche loro, fermarsi un attimo per riaffidare la triste incombenza a un «governo del Presidente» affollato di esperti e accademici? Probabilmente, i due, non hanno ancora deciso la strada da seguire.

Che la materia economica, oggi, sia più esplosiva di una bomba molotov, lo si capisce anche dalla contrarietà manifestata dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti a subentrare a Tria al timone del Tesoro. In condizioni normali, ci sarebbe stata la ressa per occupare la casella ministeriale più importante del governo. Oggi, invece, si registra il fuggi-fuggi più sfacciato: un altro sintomo, un altro segnale del male oscuro che ammorba la nazione. Appunto: la sfiducia.

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