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Attenzione a non tifare per la decrescita infelice

«Il rischio di precipitare nel radicalismo estremo, quello che considera l’uomo l’artefice di tutti i mali di Gaia (Terra) e come tale meritevole della sanzione estrema, è tutt’altro che astratto o ipotetico»

Attenzione a non tifare per la decrescita infelice

Che l’ambiente sia il bene più prezioso, non ci piove. Che salvaguardare la Terra debba essere un imperativo categorico, è pacifico. Che il clima vada tutelato con la massima dedizione, è doveroso. Attenzione, però, al tipo di linguaggio e alla natura delle proposte per preservare la «salute» del globo. Il rischio di precipitare nel radicalismo estremo, quello che considera l’uomo l’artefice di tutti i mali di Gaia (Terra) e come tale meritevole della sanzione estrema (l’autosoppressione), è tutt’altro che astratto o ipotetico. I fondamentalismi, infatti, posseggono un fascino che le culture fondate sul dubbio neppure si sognano.


Nel 1972 viene dato alle stampe il volume I limiti dello sviluppo. Pur essendo una pubblicazione tutt’altro che scorrevole, il saggio si trasforma presto in un best seller, contendendo a Il Padrino di Mario Puzo (1920-1999) il primato nell’hit parade in libreria.
I promotori del primo saggio-choc sulla questione ambientale fanno parte del Club di Roma, il cui animatore è il manager imprenditore Aurelio Peccei (1908-1984). Peccei ha commissionato al Mit di Chicago lo studio sul pianeta Terra. E quando arrivano i risultati, il Club di Roma e il suo pioniere diventano i simboli della lotta contro la devastazione del nostro pianeta.
Le profezie de I limiti dello sviluppo fanno venire i brividi. Sono gli anni delle domeniche a piedi, introdotte dai governi per fronteggiare la crisi petrolifera, scaturita indirettamente dal conflitto arabo-israeliano. Il rapporto del Club di Roma preannuncia l’esaurimento a breve scadenza dei pozzi di petrolio, poi ipotizza una serie di crisi (su ambiente, cibo, agricoltura, costi, famiglie, stili di vita e risorse naturali) che potrebbero accelerare la fine di Gea.

Per impedire la realizzazione di questo scenario apocalittico, Peccei e colleghi propugnano una «rivoluzione sostenibile», incentrata sul cambio di passo negli usi e costumi delle popolazioni.
Il Club di Roma sottovaluta il fatto che il progresso tecnologico e scientifico possa risolvere il problema della rarefazione delle risorse, e allungare/migliorare la qualità della vita debellando malattie ritenute incurabili. Eppure, da un paio di secoli in avanti, la rivoluzione industriale stava affrontando alla grande l’emergenza sovrappopolazione che allarmava l’economista inglese Thomas Robert Malthus (1766-1834) . Niente da fare. Per il Club di Roma, uno sviluppo senza limiti è destinato a condurre il genere umano nell’inferno più diabolico.


Negli anni successivi, gli eredi del Club reagiranno alle obiezioni di quanti sottolineeranno l’erraticità delle previsioni catastrofistiche (un esempio per tutti: i giacimenti petroliferi sono tuttora lontanissimi dalla prospettiva del prosciugamento) ribattendo che le loro profezie non andavano prese alla lettera, in ogni caso esse si riferivano ad un arco temporale più lungo. Può darsi che il fronte ostile al Club di Roma abbia calcato la mano nel denunciare le previsioni mai avveratesi. Sta di fatto però che la popolazione mondiale, nel frattempo, è salita da 3 a 7,8 miliardi di persone, con una novità mica da niente: solo il 10 per cento della popolazione globale, adesso, patisce sofferenze da denutrizione.
Ma c’è di più. Sia gli affamati, sia i mal nutriti, sia i ben nutriti del Terzo Mondo sognano di trasferirsi nelle nazioni a più alto sviluppo industriale e tecnologico, e anche, per questo, più esposte ai pericoli di inquinamento ambientale. Evidentemente la prospettiva di vivere meglio e di guadagnare di più è di gran lunga preferibile alla vita agreste e ai disagi di aree non ancora contaminate da macchine e fumi industriali. Non è un caso poi che molti vogliano trascorrere la propria esistenza nei posti più affollati e, come tali, più suscettibili di ricadute ambientali e atmosferiche.


Accade perché l’uomo è un essere sociale. L’idea di vivere in solitudine lo angoscia più dell’eliminazione della squadra del cuore. Di conseguenza borbotta contro il traffico e le code nelle ore di punta, ma poi sceglie di vivere in città piene come uova anche quando avrebbe l’opportunità di tornare a vivere in campagna. La nostalgia della via Gluck è utile per vendere i dischi, come ha fatto Adriano Celentano, ma non costituisce, nemmeno per il celebre Molleggiato, un proposito da seguire alla lettera.
Del resto, i prezzi delle case rappresentano un segnale indicativo. Tutti vogliono vivere a Manhattan, ergo colà la vita e gli appartamenti costano di più. Eppure nel quartiere simbolo di New York si registra una densità-record di popolazione che manco a Calcutta, in India. Segno che l’allarme della sovrappopolazione, già lanciato da Malthus, è un grido disperato in India e un’esercitazione accademica in America. Tutto dipende da come e dove si vive.
Il clima. I cambiamenti climatici fanno paura. Infatti l’uomo non sta con le mani in mano. Ma gli interventi sul clima richiedono fior di quattrini e, soprattutto, non possono essere affidati alle volontà o ai capricci del singoli Stati. Ritenere di affrontare i dispetti del clima in una logica nazionale o nazionalistica equivale a buttare i quattrini dalla finestra. Bisogna marciare insieme, evitando strappi e sgambetti strada facendo: pia aspirazione in un mondo in cui gli egoismi e i sovranismi si sovrappongono di frequente come lancette di orologio.


E poi non va dimenticato che il clima è, di per sé, più instabile dell’Inter di Spalletti. L’uomo (non Spalletti) dà un bel contributo all’inquinamento, ma molto di più fanno i vulcani e la stessa natura, che non è affatto benigna, come dimostrano da sempre le calamità atmosferiche, spesso rovinose e tragiche anche quando l’opera dell’uomo non ha distrutto l’ecosistema.
Per chiudere. Ok all’impegno, alle manifestazioni contro l’inquinamento ambientale e l’indifferentismo climatico, a condizione però che non si trasformino nel cavallo di Troia per introdurre in città i soldati della decrescita felice. Ogni decrescita non può che essere infelice. E siccome la storia ha dimostrato che la crescita è concimata solo dalla concorrenza economica, se ne deduce che i sacerdoti della decrescita felice in realtà mirino a scomunicare il mercato, cioè la democrazia economica. Che avranno, pure loro, tanti difetti, ma finora ci hanno assicurato un progresso economico, sanitario e civile mai conosciuto in seicentomila anni di insediamenti umani sulla Terra.

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