Martedì 18 Giugno 2019 | 14:45

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«Al Senato chiederò se siamo ormai in una Repubblica giudiziaria»: è quanto ha affermato il vicepremier e Ministro dell’Interno Matteo Salvini in una lettera con la quale ha capovolto la sua posizione rispetto al caso Diciotti

Salvini

Foto Turi

«Al Senato chiederò se siamo ormai in una Repubblica giudiziaria»: è quanto ha affermato il vicepremier e Ministro dell’Interno Matteo Salvini in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera martedì scorso con la quale ha capovolto la sua posizione rispetto al caso Diciotti, chiedendo ai colleghi senatori di rigettare la richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti presentata dal Tribunale dei ministri. E ieri sera ha parlato di «invasione di campo».
Il cerchio sembra chiudersi politicamente, in maniera paradossale, venticinque anni dopo.

Fu proprio la Lega (Nord) di Umberto Bossi, nel 1993, ad avviare in Parlamento la stagione del giustizialismo che caratterizzò la l’ultimo scorcio della prima Repubblica – ed il consequenziale scontro tra poteri – con il famoso cappio agitato in aula a Montecitorio dall’on. Luca Leoni Orsenigo in piena Tangentopoli, per protesta nei confronti della consuetudine dei due rami del Parlamento di negare l’autorizzazione a procedere allora prevista dall’art. 68 comma 2 Cost. anche per l’avvio di un processo penale, facendo scattare l’immunità per deputati e senatori.

Oggi, dopo che la seconda Repubblica è stata caratterizzata da una conflittualità permanente tra magistratura e politica che ha contribuito (per una vicenda giudiziaria di carattere personale e non legata ad episodi corruttivi, nella quale ha avuto un peso non secondario la dimensione etica) in maniera significativa alla caduta di Silvio Berlusconi, condizionando, in parte, anche il governo Renzi grazie al caso banche agitato dalle opposizioni e, in particolare dai Cinque Stelle, la terza Repubblica inaugurata lo scorso anno al grido di “fuori i corrotti, fuori la Casta e stop ai privilegi” si trova di nuovo a fare i conti con un caso giudiziario che coinvolge un membro del Parlamento, ministro e vicepresidente del Consiglio.

Certo, in questo caso, il comportamento che si addebita a Salvini non mira a realizzare un vantaggio patrimoniale, anche perché, se così fosse, l’articolato iter previsto dalla Carta fondamentale e dalla legge costituzionale di attuazione (l. cost. 16 gennaio 1989, n. 1) non sarebbe neanche iniziato, rispondendo i ministri dei reati comuni nelle stesse modalità previste per ogni cittadino. Si tratta, per l’appunto, di un reato ministeriale – anche se si traduce in una fattispecie di estrema gravità, il sequestro di persona, per il quale è prevista una pena cospicua – compiuto nell’esercizio delle proprie funzioni, rispetto al quale le norme vigenti richiedono, perché si possa procedere, che l’accusato non abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico. È questo il punto nodale della questione, è questo il quesito al quale i senatori dovranno rispondere.

Va detto che si tratta di valutazione tutt’altro che agevole, per i margini di discrezionalità che – escludendo casi lampanti che possano risolversi de visu – inevitabilmente comporta. Lo dimostra proprio l’iter giudiziario della vicenda alquanto inusuale, pur se pienamente consentito dal codice di rito, con una richiesta di archiviazione dell’organo dell’accusa a fronte della quale è intervenuta la valutazione di opposto tenore del Tribunale dei ministri. Accade, ma non di frequente. Ad ogni modo, qualora il Senato dovesse dare l’ok alla richiesta formulata dal Tribunale dei ministri, è più probabile che il processo si concluda con un’assoluzione trattandosi di una contestazione debole.
Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, da giurista qual è, ha correttamente rilevato che non siamo di fronte ad un problema d’immunità. Tuttavia, uscendo dal dato meramente tecnico-giuridico, è anche vero che tale normativa mira a creare un (legittimo) “scudo” in ordine all’operato dei ministri e che non è da tutti i giuristi condivisa: c’è chi ha parlato di un “fossile legale”, peraltro risalente ai tempi in cui l’attuale codice di procedura penale non era stato ancora varato.
Ciò detto, per tornare al piano politico, le scelte operate dall’attuale partito di maggioranza relativa in merito alla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini rischiano di condurre, oltre che ad una crisi (se non ad un disfacimento) del Movimento Cinque Stelle – che del giustizialismo e della lotta ai privilegi della Casta ha fatto una bandiera (non più tardi del 2017 invocavano la cancellazione dell’immunità parlamentare, eccezion fatta per le opinioni e i voti espressi nell’esercizio delle proprie funzioni) –, non già al consolidamento di quella che il giurista statunitense Robert Bork ha definito “giuristocrazia” (si tratta, invero, di un fenomeno non circoscritto al nostro Paese ma di portata globale, pur se con diverse sfaccettature, ma alla sua débâcle).
Quale, infatti, tra le forze politiche della maggioranza e dell’opposizione potrebbe più indossare l’abito del censore e del moralizzatore? Tutte, prima o poi, hanno invocato schermi e scudi per difendere le loro posizioni, un po’ come i protagonisti de La fattoria degli animali di George Orwell, che una volta arrivati al potere trasformano il loro settimo comandamento “tutti gli animali sono uguali” nel più vantaggioso “”tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Con buona pace del più attuale “uno vale uno”.
Ecco perché, più realisticamente, il titolo della prossima rappresentazione della politica italiana potrebbe essere: «Repubblica giudiziaria ultimo atto».

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