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Non sfugge a nessuno in buona fede che la recessione è un risultato della politica. E la politica la fanno i governi

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L’Italia, almeno per quanto riguarda la situazione economica, è alla frutta. A detta dei saggi della Banca d’Italia, siamo alla recessione. Leggo: in economia, la recessione è una condizione macroeconomica caratterizzata da livelli di attività produttiva, il cosiddetto Pil, più bassi e, dunque, in contrapposizione al concetto di crescita economica, di quelli che si potrebbero ottenere usando con saggezza efficiente i fattori produttivi a disposizione. Conseguenze della recessione sono un aumento della disoccupazione, un rallentamento della produttività e una discesa dei consumi e dell’accesso al credito. E il credito diventa oggetto di sospettose manovre, tentennamenti delle banche ed esosità degli interessi.

Non sfugge a nessuno in buona fede che la recessione è un risultato della politica. E la politica la fanno i governi e, se si degnano di consultarlo, anche e, soprattutto, il parlamento. Se la politica è saggia, prudente, coraggiosa, però, e scevra da interessi elettorali di fazione o di visceralità movimentistiche, la recessione si allontana e con lei il pericolo della miseria. E, cioè, dell’indigenza dello Stato e della povertà dei cittadini. I saggi della Banca d’Italia non hanno fatto commenti, né sproloqui per spaccare il centesimo in quattro, ma hanno suggerito, pur non esplicitamente, ma con vigorosa decisione, scelte coraggiose e rinunce indigeste.
Siamo alla frutta. L’antico motto confina, metaforicamente, i sontuosi piatti del banchetto al passato e segnala l’inizio di penurie acerbe e l’arrivo del conto dell’osteria. E non s’intravede chi sia nelle condizioni di pagarlo. L’antico motto metaforizza la chiusura dei confini del Paese di Bengodi assediato dai debiti, l’ombra dello spread volteggiando sui tetti, e il bussare dei creditori all’uscio.

Siamo alla frutta, allora. E non credo che il menu preveda il dolce. O il caffè. E non siamo alla frutta scelta o frutta esotica, primizie e ghiottonerie. Ma siamo ai fichi d’India.
Ora tutti sanno, soprattutto al sud, dove il bel frutto alligna rigoglioso, che il fico d’India può essere dolce, ma insidioso: è, per così dire, ostico. Mio nonno se ne pasceva con gusto di buon mattino e, invitandomi a far altrettanto, mi raccomandava di tracannare anche un «bucale» d’acqua fresca per facilitare un lavorio digestivo faticoso irto d’ostacoli. Perché il fico d’India, diciamolo, è laborioso da digerire con tutti quei durissimi semini. Di tutti i frutti del buon Dio è il più complesso da gustare. Infatti, per arrivare alla polpa colorata di tinte abbaglianti si deve faticare per sbucciarlo ed evitare l’insidia sottilissima e pervicace di migliaia di spine irriducibili ai lavacri più accurati. Se, invece della mela fatidica così soave al tocco e inerme, Eva Madre fosse stata tentata di gustare un fico d’India, forse bazzicheremmo ancora nell’Eden, pigri, satolli, oziosi, innocenti. E non ci sarebbero Italia, Francia, Germania, Europa. Ma, invece fu mela e mela catastrofica. Ma questa è un’altra storia.
La nostra storia, quella che c’interessa, parte da quest’indigeribile metafora che il Senatore a vita, Avvocato Agnelli, spese per definire il nostro paese: repubblica dei fichi d’India. Molti anni fa, quando sedevamo a tavola sazi e sonnolenti perché certi che qualcuno il conto lo avrebbe pagato. Forse il solito popolo pantalone, vai a ricordare.

L’intenzione è stata peggiorativa rispetto ad altre metafore gustate in un recente passato quando, sempre per restare dal fruttivendolo da qualche parte cominciò a serpeggiare il sospetto chi l’Italia rischiasse di diventare una Repubblica delle banane. L’Agnelli botanico s’indignò e avvertì che non era il caso di offendere un gran paese come il nostro, inaugurando, come tutti ricordano, il patronato all’allora imminente e inevitabile vittoria del Polo alle elezioni che seguirono. Oggi la Repubblica sta per invitare alla mensa dell’assistenzialismo statale qualche milione di poveri. Arriveranno al dessert? O i denari finiranno prima, o nell’orto dove il Gatto e la Volpe vogliono convincere Pinocchio a investire? Il fatto è che qui vedo solo il gatto e il gatto, perché di astute volpi non v’è traccia.
Intanto, adesso, siamo tutti ai fichi d’India. Che cosa nasconde la similitudine giardiniera, che siamo in una situazione spinosa e indigesta? Che ci aspettano stipsi micidiali diffuse in tutte le attività del Paese? Nel frattempo, andando a spigolare nell’orto e nel frutteto ricordiamo che altri si sono cimentati con metafore fruttarole più fruttifere e fruttuose. Goethe, per esempio che, nel Wilhelm Meister, chiede: «Kennst du das Land die Zitronen blühn?», «Conosci la terra dove fioriscono i limoni?». L’Italia, sarebbe. Meno noto e meno soavemente icastico, ma polemico a buon diritto, il Rapisardi che interroga: «Conosci tu il paese dei floridi aranceti / che ha su cento abitanti settanta analfabeti? / Il Paese poetico, dall’aure profumate, / che riceve le rondini a suon di fucilate?».

Oggi il postromantico dovrebbe aggiornare le statistiche degli analfabeti o dovrebbe aggiungere «di ritorno», ma non gli tornerebbe la rima.
Metternich, in una lettera del novembre del 1849 sostenne, come ci ricordavano con risorgimentale indignazione i maestri delle Elementari, che l’Italia era «un’espressione geografica e nulla di più». Geografica e, comunque, meglio che botanica. Meno male che Shelley ci riscattò proclamando ammirato: «Tu paradiso degli esuli, Italia!». Esuli vegetariani, soprattutto, saranno, con quello che costerà l’arrosto. Naturalmente sappiamo bene che tutte le contumelie sono espresse a fin di bene per il Paese, per spronarlo a migliori destini, per incoraggiarlo a migliorare: lo fece anche Dante che, come tutti ricordano, (Purg. VI, 76-78) esclama con Sordello tribuno «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave senza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!»
Dice proprio così: bordello. Ora sarà per questo, per onorare Dante, che l’Italia, già Repubblica delle banane, già paese dei fichi d’India, già limonaia del mondo, non esclude, come si vocifera in certi ambienti, di riaprire i casini. Dove, però recarsi a stomaco vuoto.

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