Lunedì 22 Aprile 2019 | 08:27

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Esecutivo tuttofare Parlamento fantasma

Siamo una democrazia imperfetta, secondo la griglia elaborata dall’autorevole settimanale britannico Economist

Se lo sciopero della famescredita il Parlamento

È di ieri la notizia che nell’annuale report stilato dall’Economist sul Democracy Index (Indice della democrazia) l’Italia è scivolata dal 21° al 33° posto. Siamo una democrazia imperfetta, secondo la griglia elaborata dall’autorevole settimanale britannico, fondato nel lontano 1843 per difendere le ragioni del liberismo che del pensiero liberale costituisce la trasposizione in campo economico. E Stato liberale vuol dire Stato costituzionale.

Che il nostro Parlamento da tempo non goda di ottima salute è a tutti noto, ma la vicenda della discussione (si fa per dire) e dell’approvazione della legge di bilancio nell’ultimo scorcio del 2018 ha segnato un indiscutibile punto di rottura, che certifica una crisi forse irreversibile di Camera e Senato, esautorati dalle loro funzioni e ridotti a un simulacro di quella che è la democrazia rappresentativa voluta dai Padri costituenti.
Il ricorso al voto di fiducia su un maxi-emendamento che ingloba tutti i contenuti del più importante testo legislativo varato annualmente dal Parlamento (art. 81 Cost.), difatti, è prassi consolidata da molti anni, ma questa volta è stato praticamente reciso il dibattito su un provvedimento che, fino a qualche ora prima del suo approdo in Commissione, era per tutti un’araba fenice dai contenuti inaccessibili e in continuo divenire.
Non si tratta di una questione meramente formale, e stupisce che Presidente del Consiglio, giurista prima che politico, abbia assecondato tale iter glissando sulle fortissime menomazioni della dialettica Governo-Parlamento che si sono determinate nella circostanza: il modello di Stato delineato dalla Costituzione si fonda su un bilanciamento dei poteri che costituisce l’essenza del pensiero liberale e democratico.
Uno schema superato?
Forse, se si considera l’ondata populista che attraversa il mondo intero e che identifica la parte con il tutto, in quanto chi sale al potere si considera espressione della nazione nella sua totalità, con scarsa attenzione per le minoranze. D’altronde proprio il report dell’Economist sottolinea come il declino della democrazia nel nostro Paese sia l’effetto di una “disillusione” verso le istituzioni, dai partiti allo stesso Parlamento, che ha alimentato un crescente sostegno a uomini forti che bypassano le istituzioni.

Insomma, il cerchio si chiude.
È prevedibile che i nostri governanti – sempre se ne abbiano voglia e interesse – liquideranno tali considerazioni e il declassamento del Belpaese nella classifica summenzionata come il solito complotto della finanza internazionale, dei poteri forti, del Gruppo Bildeberg e quant’altro.
‘Uomini forti’ vs. ‘poteri forti’, potremmo dire.
Con un governo sempre più rampante, sostenuto e alimentato dalla social-democrazia, a fronte di un Parlamento inesistente (anche per l’evanescenza delle opposizioni). Eppure, in Nazioni come gli Stati Uniti – che pure devono fare i conti con un Presidente super-decisionista e assolutamente imprevedibile come Donald Trump sul ponte di comando – non sembra che il Congresso soffra così tanto o comunque sia relegato nell’angolo. La vicenda dello shutdown che sta impegnando in un durissimo scontro Trump e il Congresso ne costituisce la riprova. Si tratta del blocco di tutte le attività amministrative, qualora Camera e Senato non approvino la legge di bilancio, agitato dal Presidente in caso di mancato finanziamento della costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico per impedire l’immigrazione illegale. E i cittadini americani, interpellati sulla situazione di stallo che si è venuta a creare, addossano per il 47% la responsabilità a Trump, dimostrando maggiore coscienza democratica di noi italiani, spettatori distratti delle vicende istituzionali.

Un elemento non secondario che – al di là delle contingenze legate alla trattativa con l’Europa per evitare una procedura d’infrazione che ha contribuito al ritardato approdo della legge di bilancio in Parlamento – può aiutare a trovare una spiegazione del mutato approccio con il quale si svaluta ulteriormente il Parlamento, d’altronde, è costituito dalla visione politica ed istituzionale dell’azionista di maggioranza dell’attuale Governo. I Cinque Stelle non fanno mistero di guardare con scarsa simpatia al corrente assetto costituzionale, se è vero che una delle eminenze grigie del Movimento, Davide Casaleggio, solo alcuni mesi fa ha dichiarato che il Parlamento è inutile e in via di estinzione, e che nel giro di pochi anni sarà inevitabilmente soppiantato dalla democrazia diretta digitale, sognata da suo padre, co-fondatore dei pentastellati; costringendo il Presidente della Camera Roberto Fico a un pronto intervento riparatore teso a riaffermare senza esitazioni la centralità delle Parlamento.

Una Costituzione non è per sempre.
E tuttavia ogni sua modifica deve avvenire per le consuete vie che la stessa Carta fondamentale impone, con un sapiente cocktail tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta (art. 138 Cost.). Più preoccupante e impercettibile, invece, è il suo annientamento da parte di una Costituzione di fatto, che lentamente e inesorabilmente ne erode le fondamenta nell’indifferenza generale.

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