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In Puglia e Basilicata

L'analisi

La lentezza continua di giustizia e lavori

I treni-bidone per Romasui binari pugliesi nel 2018

Il viaggio tra Bari e Andria sulla linea di Ferrotramviaria è, per dirla senza mezzi termini, una presa in giro.

20 Dicembre 2018

Massimiliano Scagliarini

Sono serviti due anni e cinque mesi per stabilire chi dovrà andare a processo. Non sono bastati due anni e cinque mesi per riaprire la linea della strage. Questo è il vero problema.

Oggi il viaggio tra Bari e Andria sulla linea di Ferrotramviaria è, per dirla senza mezzi termini, una presa in giro. Si parte da Bari in treno, 45 minuti per arrivare a Ruvo dove si scende, si prende un bus e ci si sottopone ad altri 45 minuti di strada (salvo traffico e imprevisti). novanta per coprire 58 chilometri, alla strabiliante velocità di 38 km l’ora. È questo il monumento al disastro di luglio 2016, il simbolo di un «fallimento organizzativo» (per citare i consulenti della Procura di Trani) che rende il viaggio in treno un’incredibile odissea: ad affrontarla è solo chi non ha alternative.
A questo punto bisognerà capire se arriverà prima il traguardo delle sentenze - i processi servono a stabilire una verità, che in questo caso significa dare risposte alle famiglie delle vittime e di chi da quel giorno porta su di sé i segni dell’incidente - oppure il traguardo della riapertura della tratta. Da Ruvo a Corato la Regione spera di poter riprendere il servizio già nelle prime settimane di gennaio, quando l’Ansf (l’Agenzia nazionale per la sicurezza) dovrebbe rilasciare l’autorizzazione all’utilizzo del sistema elettronico Scmt. Per la Corato-Andria, su cui è appena stato impiantato il cantiere del raddoppio, le previsioni più ottimistiche parlano di fine 2020. Ma - spiegavano ieri alcuni addetti ai lavori - nell’incertezza su alcune procedure relative all’autorizzazione, non sarebbe strano se si arrivasse al 2021. Altri due anni pieni.

Sulla strage del 2016 tutto ormai è stato detto: l’incidente tra Andria e Corato fu causato da una catena di errori umani, su una linea ferroviaria che si basava su un sistema antico e collaudato (l’ormai famoso «blocco telefonico») applicato però in condizioni di alto traffico. Per l’accusa, qualcuno avrebbe dovuto accorgersi che per garantire la piena sicurezza sarebbe stato necessario abbandonare paletta e fischietto e ricorrere alla tecnologia, come si sta facendo oggi con colpevole ritardo.
Nessuno può né vuole, naturalmente, fare paragoni con il dolore di chi quel giorno aspettava un proprio caro e non l’ha mai più visto tornare, o la rabbia di chi è salito su quel treno con i propri piedi e ne è ridisceso su una sedia a rotelle. Hanno diritto a sapere presto, prestissimo, di chi è stata la responsabilità e dunque di essere risarciti, sempre che i soldi a questo punto siano la misura di qualcosa. Ma i segni di quel disastro li porta addosso, ogni singolo giorno, anche chi per lavoro è costretto a viaggiare con il sole e con la neve: avrebbe diritto a farlo come in qualunque Paese civile, in tempi congrui e in condizioni decorose, possibilmente senza rischiare l’osso del collo. E cinque anni di attesa per raddoppiare 11 km di binari sono un tempo inaccettabilmente lungo: su questo nessuno dice una parola.

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