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In Puglia e Basilicata

L'analisi

Mezzogiorno l’eterna «rivoluzione» mancata

E pensa tu se il Sud non fosse ignorato

Il Sud ha bisogno innanzitutto di posti di lavoro veri, non fittizi o inventati. In una parola: il Sud ha bisogno di imprese in grado di competere sui mercati.

13 Dicembre 2018

Giuseppe De Tomaso

Se il drenaggio delle finanze del Regno delle Due Sicilie e l’introduzione del protezionismo economico (1887) a vantaggio dell’industria del Nord aggravarono la questione meridionale all’indomani dell’Unità d’Italia (1861), il battesimo delle Regioni (1970) e l’eutanasia della Prima Repubblica (1992) hanno, più recentemente, peggiorato la situazione al Sud dopo la fiammata iniziale della Cassa per il Mezzogiorno, figlia dell’Italia degasperiana. Eppure, nonostante questo bollettino sconfortante, ma meritevole di risposte, il Meridione è sparito dall’agenda politica nazionale, a meno che non si voglia affidare al «reddito di cittadinanza» il compito di tacitare la protesta, e di attenuare la disperazione prima che esploda un fenomeno ribellistico simile ai gilet che stanno agitando la Francia.

Ma sussidiare non significa creare posti di lavoro. Anzi. E il Sud ha bisogno innanzitutto di posti di lavoro veri, non fittizi o inventati. In una parola: il Sud ha bisogno di imprese in grado di competere sui mercati.
Nel suo ultimo libro, dal titolo Rivoluzione, Bruno Vespa dedica un capitolo al Mezzogiorno nel quale approfondisce con efficacia la vera questione nazionale del Paese, a partire dalla stagione garibaldina e dal tesoro del Sud utilizzato per pagare i debiti del Nord. Vespa non sposa le tesi neoborboniche, che giudicano l’«annessione» al Piemonte come l’origine di tutti i mali da Roma in giù, ma non fa neppure sconti alle politiche adottate dallo Stato post-unitario nei confronti della Bassa Italia. E non nasconde nemmeno alcuni limiti del Meridione, limiti che forse hanno indotto imprenditori di grido del Sud e investire all’estero, e hanno portato intellettuali del calibro di Luca Ricolfi a rilanciare addirittura la «questione settentrionale», ipotizzando un sacco del Nord da parte del Mezzogiorno.

Il filo conduttore del ragionamento di Vespa ci sembra assai convincente: più lo Stato centrale tende a indebolirsi, più s’acuisce il malessere del Sud. C’è poco da obiettare. Quando il Sud, sotto l’impulso del trentino Alcide De Gasperi (1881-1954), ha rappresentato il cuore dell’azione di governo, i miglioramenti sono arrivati. Viceversa, non appena è iniziata la dissoluzione dello Stato, il problema meridionale, sbriciolatosi in mille pezzi, non solo è stato rimosso dal dibattito sui giornali e dagli obiettivi dei vari governi, ma addirittura è sparito dalla circolazione, peggio di un veicolo inquinante da rottamare senza particolari esitazioni.

Che dobbiamo fare, si chiede Vespa, dobbiamo rimpiangere l’Italia dell’annus horribilis 1992, caratterizzata fra l’altro da un clientelismo politico che di sicuro non aveva giovato alla crescita morale, non solo economica, del Sud? No. Eppure, dopo il 1992, rileva Vespa, non solo si raggiunge il punto più basso della depressione meridionale, ma il declino coinvolge l’intero sistema economico nazionale. E se la crescita improvvisamente si ferma e se la stagnazione diventa la regola, inutile meravigliarsi se l’assenza di lavoro sfocia in un consenso semi-plebiscitario per chi promette scudi assistenziali risolutivi.
Si stava meglio quando si stava peggio? Vespa non lo dice, ma è indubbio che la Seconda Repubblica ha deluso le aspettative, dal momento che l’opinione pubblica auspicava sì riforme istituzionali di tipo europeo, ma si attendeva anche livelli di crescita di ritmo continentale. E quando questo traguardo si è allontanato inesorabilmente, è scattata la ribellione contro la stessa Europa, che da icona da venerare si è trasformata in Satana da esecrare.

Ma restiamo al Sud. Purtroppo lo Stato ha abdicato alle sue funzioni, tra cui quella di agire per appianare i dislivelli tra le sue regioni, mentre la mentalità statalista (deteriore), opposta a quella statualista (benefica), ha pervaso tutti gli enti intermedi e territoriali, a cominciare dalle Regioni per finire alle circoscrizioni. Di conseguenza, sono aumentati gli sprechi, si sono impiegati male, o addirittura persi, fiumi di finanziamenti comunitari, e il Sud ha pagato il conto più salato.
Oggi, con l’Europa che traballa pericolosamente sull’onda delle minirivoluzioni francesi contro Macron, apparirebbe bizzarro riproporre il tema del Mezzogiorno al centro del programma di governo. Ma al centro di una discussione tra economisti, sociologi, politologi e saggisti vari, sì, almeno questo si deve fare.

Il libro di Vespa tocca numerosi aspetti del caso Italia: di ieri, di oggi, e sicuramente, anche di domani. Ma quello del Sud, dove servirebbe una rivoluzione di libertà contro assistenzialismi e burocraticismi vari, rimane, a nostro parere, il nodo decisivo, la cui soluzione può determinare il destino della Penisola. Se la disunità d’Italia, tra Nord e Sud, costituisce una terribile spina nel fianco per lo Stato centrale, la fine dello Stato centrale (italiano) potrebbe rappresentare un colpo letale per l’intera Europa. Specie se la ribellione populista, covata ed esplosa da tempo a Sud, dovesse poi trovare leadership imitative anche all’estero, ad esempio in una Francia sempre più incerta e turbolenta, visto che è lei la Grande Malata d’Europa.

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