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L'infinita partita a poker con Bruxelles

L'Unione europea ha bocciato la manovra del governo M5S-Lega, giudicata in violazione dei vincoli di stabilità ai quali aderiscono tutti gli Stati membri. Troppo deficit, troppo debito

L’importanza del pareggio tra Roma e Bruxelles

E adesso che succede? Come ampiamente previsto, l’Unione europea ha bocciato la manovra del governo M5S-Lega, giudicata in violazione dei vincoli di stabilità ai quali aderiscono tutti gli Stati membri. Troppo deficit, troppo debito: questo in sintesi il giudizio dei commissari europei. Il deficit volerebbe al 2,4% invece di restare contenuto entro lo 0,8% sulla base dei precedenti accordi. E, per di più, la crescita del pil, nella migliore delle ipotesi, non supera l’1%.
Si è verificato lo scenario ipotizzato, tant’è che la Borsa ieri non ha subito scossoni. Tutte le perdite si sono concretizzate nelle ultime due settimane, ieri da Bruxelles è arrivata solo una certificazione.

Ma cerchiamo di vedere gli scenari che si aprono dinanzi all’Italia. Intanto l’annuncio di procedura di infrazione implica, di fatto, una prosecuzione della trattativa con il governo italiano. Non scatta nessuna tagliola istantanea, non ci sono espulsioni in stile calcistico immediatamente visibili. In prospettiva la «punizione» per l’Italia si concretizzerebbe in una riduzione di sostegni economici europei. Quantità e ampiezza di questa sanzione economica sarà tutta da definire, ma intanto i primi a preoccuparsi dovrebbero essere gli italiani del Sud: le regioni meridionali sono le principali destinatarie dei finanziamenti europei.
Il negoziato con l’Europa prosegue, ma in realtà da una posizione di maggiore debolezza per l’Italia. Tralasciando il consueto linguaggio spavaldo dei leader Di Maio e Salvini, utile forse alla propaganda interna ma ininfluente sul piano diplomatico, Roma dovrebbe accettare adesso quella sterzata che ha sempre rifiutato per mesi. Improbabile. Ma l’arroccamento aiuta, in realtà, il compattamento del fronte anti italiano. I Paesi a guida populista e nazionalista (Polonia, Ungheria, Austria) sono stati i primi a schierarsi con i cosiddetti «falchi» Olanda, Finlandia, Slovacchia e Paesi baltici nel chiedere un rispetto rigoroso dei vincoli di bilancio. E le elezioni europee si avvicinano per tutti, non solo per i partiti italiani. Anche in Germania, per esempio, la Grande Coalizione guidata da Angela Merkel non può lasciare nelle mani della rampante destra estrema di Afp l’arma ideologica del rigore finanziario, tema a cui il popolo tedesco è sensibilissimo.

Dunque la partita a poker continua e il piatto si fa sempre più ricco. Chi ha in mano il bluff e chi il punto vincente? C’è da riscuotere il consenso elettorale immediato del voto europeo, ma intanto l’Italia rischia seriamente di trovarsi senza fiches sul tavolo. Più che la procedura di infrazione, in questo momento dovrebbero preoccupare altri segnali. Lo spread è ormai stabilmente sopra quota 300 punti. Scende un po’, ma dopo risale un po’ più di quanto sia sceso il giorno prima. Una dinamica che sta sfociando in maniera consolidata in un rincaro del costo del denaro per imprese e famiglie alle prese con il mutuo. Un clima di sfiducia che si è manifestato anche nell’asta del Btp Italia, con una débacle senza precedenti: nonostante il titolo garantisca uno dei migliori rendimenti degli ultimi anni, il collocamento ai risparmiatori ha toccato appena gli ottocento milioni di euro a fronte di un obiettivo fissato tra i 7 e i 9 miliardi di euro di vendita, che da oggi prosegue con gli investitori istituzionali. Mai gli italiani erano stati così tiepidi verso un prodotto finanziario agevolato, pensato espressamente per le «formiche».

Un atteggiamento prudenziale che trova conferma anche nell’ultimo rapporto Ipsos-Acri: le famiglie tengono depositati in banca, senza alcun vincolo e senza alcuna prospettiva di investimento, circa 1.500 miliardi di euro. Una cifra mostruosa, che sommata al contante circolante non impiegato potrebbe superare i 2mila miliardi. Danaro che sarebbe ossigeno puro per Stato e imprese, se adeguatamente dirottato in operazioni finanziarie. Evidentemente gli italiani nell’urna elettorale non sono disposti a rischiare qualcosa di più del voto. La politica è un conto. Ma con il portafogli non si scherza.

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