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La tutela del territorio vera opera di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza toglie soldi a chi lavora per distribuirli a chi non lavora

Bosco pantano

Il reddito di cittadinanza si può definire in mille modi: un atto di solidarietà, una misura di redistribuzione, un intervento assistenziale e via immaginando. Ma un fatto è certo: il reddito di cittadinanza toglie soldi a chi lavora per distribuirli a chi non lavora. Infatti, si preannuncia una nuova grandinata di tasse e addizionali a livello locale, un bel rialzo impositivo sulla produzione, un’incisiva sforbiciata agli incentivi sugli investimenti tecnologici, un discreto taglio dei crediti di imposta per ricerca e sviluppo. Ovviamente queste rasoiate a danno di chi produce copriranno solo in parte la spesa necessaria per finanziare il reddito di cittadinanza, spesa che ammonterebbe a circa 50 miliardi di euro.
L’Europa ha messo le mani avanti: vi aspettano 5 anni di sacrifici. E non è detto che dopo 5 anni la situazione possa migliorare. Disincentivare chi lavora e chi produce non è un messaggio gratificante per investitori e risparmiatori. Il che significa che la crescita programmata potrebbe subire altri rallentamenti, con buona pace di tutte le illusioni e speranze legate alla «politica espansiva».

Ora. C’erano e ci sono mille modi per fare «politica espansiva» senza mettere molto a rischio i salvadanai pubblici e privati. Alcuni modi non solo sono auspicabili, ma addirittura indispensabili. Citiamo la materia in cui è più urgente agire con estrema rapidità: la messa in sicurezza del territorio nazionale.
Lo Stivale è allo sfascio non solo sul piano finanziario, ma anche e soprattutto sul piano urbanistico, paesaggistico e ambientale. Ogni temporale costituisce un pericolo di morte per vaste aree della Penisola. Il tragico bollettino degli ultimi giorni, sull’onda del maltempo che ha devastato molte regioni, somigliava più al report di un Paese in stato di guerra che alla cronaca quotidiana di un Paese in stato di pace.

In un quadro di politiche di bilancio nazionali condivise e sottoposte a disciplina finanziaria, i margini per manovre autonome sono più che ristretti e richiamano alla mente le forche caudine patite dagli antichi romani nello scontro con i sanniti. Ma un conto è investire 50 miliardi di euro per la sicurezza del territorio, un conto è destinare la stessa cifra al megasussidio di cittadinanza. Se il governo avesse optato per la prima strada, l’Europa avrebbe quasi sicuramente trovato da ridire per la somma eccessiva, ma avrebbe contato fino a dieci prima di bocciare senza attenuanti la legge di bilancio presentata a Roma. Non sarebbe stato facile per Bruxelles bollare come improduttivo un mega-progetto di riqualificazione dell’intero territorio italiano. E se qualche eurocrate si fosse messo di traverso, il governo romano avrebbe potuto replicare citando gli allarmi di un nome al di sopra di ogni sospetto - l’economista Luigi Einaudi (1874-1961) campione di europeismo - che più volte ha indicato nella conservazione del suolo la priorità più importante nell’agenda di uno Stato, e soprattutto dell’Italia, la cui orografia è quella che è, e la cui manutenzione si commenta, e si nega, da sola.

Al termine di un viaggio nel Polesine, dopo l’alluvione del 1951, il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, prese carta e penna e scrisse al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi (1881-1954): «La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà lunga e dura, forse secolare. Ma è il massimo compito d’oggi, se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani. La direzione generale delle foreste dovrebbe chiamarsi direzione generale del suolo e delle foreste. L’arricchimento del nome non dovrebbe comportare sdoppiamento, sinonimo di rivalità e lotte di competenze. Significherebbe soltanto che lo Stato tutela e ricostruisce la foresta per lo scopo supremo di salvare la terra italiana. Significherebbe che lo Stato intende vegliare affinché, dopo secoli di distruzione, si salvi quel poco che resta delle foreste e del suolo delle Alpi e degli Appennini e si ricostruisca parte di quel che fu distrutto».

Einaudi sapeva di trovare nell’amico De Gasperi un interlocutore reattivo e appassionato. Ma De Gasperi non durerà molto a Palazzo Chigi. Sarà indotto a mollare e con lui si perderanno parecchi progetti in grado di assicurare un avvenire meno turbolento al suolo nazionale. Basti pensare al Mose, al piano di contrasto dell’acqua alta a Venezia, un’opera (schiere di paratoie mobili a scomparsa) ancora incompiuta a quasi 35 anni dal battesimo previsto.
La salvaguardia del suolo dovrebbe essere la madre di tutte le battaglie (dello Stato) per garantire sicurezza ai propri cittadini. Invece, il territorio, che pure è la parola più pronunciata in tutti i convegni di ogni ordine e grado, rimane il grande Incompreso della nazione. Inneggiare al territorio, alla sua tutela, serve solo a fare il pieno di applausi in platea. Al dunque, le priorità diventano altre e i calcoli elettorali prendono il sopravvento su ogni altro proposito.
Il fatto è che gli interventi per il territorio, diversamente dai sussidi di solidarietà, non portano voti, perché la tutela del suolo va a beneficio della collettività, cioè di tutti. Invece i voti si guadagnano solo grazie a politiche selettive, volte a premiare minoranze corpose e possibilmente organizzate. Di conseguenza, il territorio subisce una beffa dopo l’altra: decantato nei convegni, ignorato nelle scelte governative e legislative.

Ma a furia di soprassedere, i problemi s’aggravano. Quanto dureranno molte costruzioni, pubbliche e private, sulle cui pareti l’usura del tempo ci ricorda che il tagliando di manutenzione è scaduto da decenni? Di rinvio in rinvio, la questione del suolo in Italia non solo si cronicizzerà, ma richiederà una mole di quattrini che nemmeno i cinesi riuscirebbero ad accumulare per un’analoga iniziativa infrastrutturale, a salvaguardia dei loro centri più inquinati.
Forse solo quando la condizione del suolo italico raggiungerà uno stadio preagonico, qualcuno si sveglierà. Ma sarà fuori tempo massimo. Perché non ci sarà neppure un occhio, e un euro, per piangere.

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