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Oggi, proprio la Rete sta assestando più di un colpo nello stomaco alla dirigenza grillina [...] alla fine spunta sempre uno più puro che ti epura

La rete tradisce i suoi cantori più fedeli

Non era mai capitato che, lo stesso giorno, una forza politica subisse contemporaneamente tre contestazioni pubbliche su tre questioni distinte e in tre posti diversi. È accaduto al Movimento Cinque Stelle, a Melendugno finito sotto assedio per il sì di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio al gasdotto Tap; a Roma per l’ulteriore degrado urbano imputato a Virginia Raggi; e a Torino per la volontà dei grillini di fermare la Tav, l’Alta Velocità fino a Lione.
Fatto ancora più singolare, al di là dell’offensiva simultanea contro il Movimento, è l’origine (e la genesi) della protesta: sul web, vale a dire sul campo amico. Evento più inatteso e inverosimile di una batosta dei bianconeri allo Juventus Stadium.

La Rete, si sa, è la serra calda del grillismo, è da sempre il terreno di comunicazione più congeniale al verbo pentastellato, oltre che lo strumento di battaglia politica più utilizzato (con risultati lusinghieri) dalla formazione di Di Maio. Leggere proprio sulla Rete i proclami delle rivolte locali contro la linea del governo in carica e della dirigenza stellata, deve aver sortito l’effetto di uno choc a casa Grillo.
Ma la politica, si sa, produce più sorprese del clima a marzo (e non solo). Anche i mezzi di comunicazione spesso giocano brutti scherzi, a volte a danno di quelli che ne hanno decretato, e brevettato, il loro successo sul piano dell’incidenza politica.
Benito Mussolini (1883-1945) fu colui che insegnò a tutti l’importanza del giornale come mezzo di lotta politica. Senza l’Avanti prima e Il Popolo d’Italia dopo, l’uomo di Predappio non sarebbe mai diventato il Duce degli italiani. Ma poi furono proprio i giornali, dopo il 1943, a contribuire a demolire il mito mussoliniano, agevolando la dissoluzione del Regime.


Silvio Berlusconi ha dimostrato l’importanza del video come moltiplicatore di consensi e come sede primordiale della discussione (e talvolta decisione) politica. Ma, al dunque, proprio la tv, politicamente parlando, ha tradito Sua Emittenza spianando la strada a Sua Strafottenza, alias Matteo Salvini, la cui narrazione populistica ha trovato proprio nel teleschermo il suo trampolino di lancio più efficace. Le tv del Cavaliere, per giunta, si sono rivelate le più sottili alleate della sfida salviniana. Senza i programmi di Mediaset concentrati sui temi chiave del manifesto leghista, probabilmente il fenomeno Salvini non sarebbe mai esploso o più realisticamente non avrebbe raggiunto le dimensioni imponenti di cui riferiscono i sondaggisti.
Beppe Grillo ha scoperto la Rete. In verità la Rete era già nota da tempo. Ma Grillo è stato il primo (con Gianroberto Casaleggio) a coglierne le straordinarie potenzialità sul piano della comunicazione politica. Tanto che senza la Rete l’idea stessa del Movimento sarebbe rimasta, forse, un esercizio letterario o un’aspirazione platonica.
Oggi, proprio la Rete sta assestando più di un colpo nello stomaco alla dirigenza grillina, a conferma che pure sul piano mediatico, o meglio massmediologico, vale il detto leniniano in uso per la politica: alla fine spunta sempre uno più puro che ti epura.


Gli strumenti della comunicazione si prestano assai a portare sostegno alla legge del contrappasso, specie in un mondo dove i cicli di vita di un prodotto e di un brand tendono ad accorciarsi inesorabilmente. Di conseguenza gli arnesi del mestiere, i mezzi informativi che accompagnano e spiegano l’ascesa di un leader o di una proposta, sono portati a logorarsi (sul piano dell’affiancamento politico) già prima che qualcuno possa pianificare per loro una specie di obsolescenza programmata. Tutto si consuma con la velocità di un fulmine. Di conseguenza può verificarsi che, nel giro di pochi anni, un’infrastruttura immateriale come la Rete, possa palesarsi (e imporsi) prima come delizia e alla fine come croce di una forza parlamentare. Un’anima semplice potrebbe riassumere così: chi di spada ferisce di spada perisce. Ma sarebbe una conclusione banale e dozzinale.
La verità è che in una società liquida nessuno può nutrire certezze, neppure nei confronti dello strumento comunicativo che più si è riusciti a valorizzare e sublimare. Tutto è inafferabile. Negli anni Sessanta, assai prima dell’avvento di Berlusconi, la tv doveva servire alla causa della Dc e di Amintore Fanfani (1907-1999) in particolare. Nonostante le nomine ad hoc, nonostante una programmazione compiacente. alla fine proprio la Grande Sorella (la televisione) ha tradito lo scudo crociato concedendosi evasioni continue sui contenuti più scabrosi per l’establishment dc.


A Berlusconi sono serviti alcuni decenni per vedere i suoi canali Mediaset tirare la volata al rivale Salvini. A Grillo potrebbero servire pochi anni per vedere la Rete consegnarsi alle campagne mediatiche degli spiriti ultra-radicali, delusi dal «moderatismo» pentastellato.
Del resto, è andata sempre così. Gli strumenti del comunicare nascono militanti e faziosi, poi, strada facendo, acquistano neutralità e indipendenza. Forse anche alla Rete, e ai suoi beneficiari originari, succederà la stessa cosa.

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