Giovedì 15 Novembre 2018 | 14:18

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Cosa farà la Caritas se svanirà la povertà?

Se il reddito di cittadinanza voluto dal governo gialloverde dovesse davvero abolire la povertà nel nostro Paese, cosa farà la Caritas?

povertà

Ci sono domande che ti piombano addosso senza avere il tempo di metabolizzarle. Eccone una: se il reddito di cittadinanza voluto dal governo gialloverde dovesse davvero abolire la povertà nel nostro Paese, cosa farà la Caritas? Sì, proprio la Caritas, l’organizzazione finanziata con i fondi dell’8 per mille destinati dai contribuenti alla Chiesa cattolica attraverso la dichiarazione dei redditi.

Alle opere di carità, italiane e internazionali, è destinato circa un terzo dell’8 per mille. A maggio scorso sono stati attribuiti alla Chiesa italiana (non al Vaticano) 997 milioni di euro, 275 dei quali destinati agli interventi per la carità. I fondi per gli interventi caritativi sono così suddivisi: 210 milioni per l’Italia attraverso le diocesi e 65 con destinazione Terzo mondo. Cifre considerevoli, ovviamente non paragonabili a quelle messe in campo dal governo: 9 miliardi di euro per il reddito di cittadinanza più uno per il rafforzamento dei Centri per l’impiego. Una cifra imponente destinata a un sussidio pubblico che, nel progetto governativo, è condizionato all’obbligo di accedere ai corsi di formazione e con il vincolo della sua cessazione qualora non si accetti una delle tre proposte di lavoro che i Centri per l’impiego saranno tenuti a fare a ogni singolo cittadino disoccupato. Non ci infileremo nelle polemiche politiche sollevate da questo provvedimento, accusato da più parti, di avere una natura prettamente assistenziale.

In questa sede ci vogliamo interrogare sul futuro della Caritas che, attraverso le diocesi, ha prodotto una miriade di iniziative meritorie da un angolo all’altro del Paese: dai centri di ascolto parrocchiali e diocesani alle mense per i meno abbienti, dalla raccolta e distribuzione di beni essenziali sino all’assistenza medica e psicologica, dai market solidali al sostegno concreto di poveri italiani e di migranti, dai dormitori per i senza fissa dimora alle comunità di accoglienza. Il tutto contando sull’azione del volontariato cattolico che ha donato generosamente il proprio tempo alla pastorale della carità. Una rete di iniziative nell’Italia profonda e non solo nelle grandi città, che ha fatto un servizio straordinario al Paese intero in questi anni durissimi di recessione.

Molto ha fatto la predicazione costante di Papa Francesco in favore dei poveri, animata anche dai suoi gesti concreti. Talvolta piccoli, ma sempre significativi, volti a spingere i singoli credenti a fare il possibile. Anche solo un piccolo gesto nell’oceano della povertà.

Dunque, il primo a dover essere contento della scelta a favore dei poveri del governo gialloverde dovrebbe essere il mondo cattolico, anche se è ben consapevole che c’è povertà e povertà e che certa enfasi retorica andrebbe contenuta. Perché il reddito di cittadinanza, per ammissione dello stesso Di Maio, è destinato a contrastare solo la “povertà assoluta”. Infatti lo stesso vicepremier, nel salotto di Bruno Vespa, ha voluto precisare che i 780 euro a persona sono la soglia minima per superare la soglia statistica della “povertà assoluta”. Ma se oggi abbiamo 5 milioni di italiani “poveri assoluti”, già contiamo una platea di altri 9 milioni di italiani “poveri relativi”. La cui deprivazione, come mostrano le statistiche, ha molto a che fare con la mancanza di cultura, di relazioni sociali e affettive. Dunque, il governo gialloverde vuole sollevare l’asticella della povertà, ma dovrebbe sapere che la strada è molto lunga e piena di inciampi.

Di sicuro, la lezione del secondo Dopoguerra italiano è lì a testimoniare che la strada migliore per contrastare la povertà è lo sviluppo. Il quale ha molte componenti, a partire certamente dagli investimenti pubblici produttivi, ma passando anche attraverso l’iniziativa privata, la scuola e l’università, la partecipazione dei cittadini a ogni livello decisionale, l’intermediazione sociale e il pluralismo culturale. Il Dopoguerra è stato così segnato dall’espansione progressiva del ceto medio, così come in politica si provava, attraverso il centrosinistra, alla cooptazione democratica di altre forze politiche sino ad allora escluse. Un processo di sviluppo al quale il mondo cattolico garantì un apporto decisivo.

E oggi? La Caritas deve cambiare mestiere aspettando che il reddito di cittadinanza abolisca la povertà? E’ probabile che ben consapevole del fatto che “i poveri li avrete sempre con voi”, secondo l’insegnamento evangelico, continuerà a promuovere e sostenere le sue opere di carità. Anche perché nuove generazioni di poveri assoluti bussa alle nostre porte: giovani e migranti. Più poveri fra i nostri poveri.

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