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Traslazione d’imposta cioè pagano sempre i soliti

«Che il Potere, da sempre, non tenga in grande considerazione l’intelligenza dei cittadini, è strarisaputo. Ma anche i governati fanno di tutto per sembrare più gonzi e più superficiali di quello che sono»

tasse

Che il Potere, da sempre, non tenga in grande considerazione l’intelligenza dei cittadini, è strarisaputo. Ma anche i governati fanno di tutto per sembrare più gonzi e più superficiali di quello che sono. Larga parte dell’opinione pubblica, o perché legge poco, o perché preferisce distrarsi con i reality show, o perché non si distacca dai social, è sempre ben disposta a bere le bevande eccitanti di chi comanda. Questa sudditanza psicologica, di gran lunga più profonda rispetto all’analoga acquiescenza degli arbitri nei confronti del Real Madrid (in Europa) e della Juve (in Italia), consente a tutti i governi di manipolare il linguaggio con una disinvoltura degna di un passo di danza di Carla Fracci. E quando si riesce a dominare il linguaggio, il gioco è fatto, nel senso che può passare di tutto, anche che la Terra è piatta o che Francesco Totti tifa per la Lazio.

La tassazione è il palcoscenico più calpestato dai prestigiatori del linguaggio. Non c’è governo che non dica: «Basta con le nuove imposte per i contribuenti onesti, stavolta pagheranno gli altri, in primis gli evasori, poi i ricchi spregiudicati, le banche, le assicurazioni...». Il messaggio fa sempre centro. Applausi. Interviste. Voti. Carriere assicurate.

Peccato che simili proclami, il più delle volte, si traducano in beffe clamorose per l’ignaro e disattento signor Rossi. Ma la beffa sfugge a quasi tutti. Anzi, viene addirittura indicata come modello di svolta rivoluzionaria nel rapporto tra Stato e contribuenti.
Prendiamo l’ultimo caso (di discontinuità virtuale) suggeritoci dai provvedimenti e dai relativi commenti sulla manovra economica presentata dal governo. Nel mirino, si sa, sono finite banche e assicurazioni. «Finalmente pagheranno loro», è stata la frase ricorrente, più gettonata di un disco di Claudio Baglioni. Infatti: stangata di oltre tre miliardi di euro sugli istituti di credito, imposte più pesanti sui premi delle polizze.

Ma che significa ripetere che «pagheranno solo le banche e le assicurazioni»? Significa che banche e assicurazioni, per evitare di precipitare (a meno che il governo punti, come qualcuno teme, a nazionalizzarle tutte), correranno ai ripari per reperire le somme svanite, e che a rimetterci saranno clienti e consumatori, cioè quelli che, nelle premesse e nelle promesse iniziali, stavolta non avrebbero dovuto scucire un euro. Beninteso. Non c’è nulla di paradossale, di inedito e, per certi versi, di scandaloso in questo sottile epilogo di eterogenesi dei fini. Nessuna tassazione è mai neutra, nessuna tassazione è mai esclusiva. Tutto si tiene in economia, come in un ingranaggio meccanico.
Si chiama «traslazione di imposta» e scatta tutte le volte che i governi si rifugiano nel gioco delle tre carte, nel senso che indicano un preciso bersaglio da colpire anche per acquisire la benevolenza dei (teorici) «non bersagliati». In realtà saranno soprattutto quest’ultimi, i (presunti) risparmiati e salvati a saldare il conto complessivo.
In soldoni. Se un governo decide di incrementare il prelievo fiscale sulle imprese, è inevitabile che le imprese scaricheranno (trasleranno) il peso sul portafogli dei consumatori. Come? Aumentando il prezzo dei prodotti o dei servizi.
Il meccanismo della «traslazione di imposta» funziona, purtroppo, con la precisione di un orologio svizzero anche nella lotta all’evasione. Con effetti davvero contraddittori. Quasi sempre il giro di vite contro l’infedeltà fiscale si traduce in un ulteriore salasso per i cultori della fedeltà contributiva.

Altro esempio. Costringere un lavoratore autonomo, abituato ad aggirare il fisco, a mettersi in regola con lo Stato, significa mettere in conto il balzo tariffario della sua prestazione. Qual è la domanda classica che ogni capofamiglia si sente ripetere dopo una riparazione in casa? Cento euro senza fattura, 150 euro con fattura. I 50 euro di differenza, se pagati, costituiscono la «traslazione d’imposta» a carico del fedele, però, non dell’infedele. Il che, quasi sempre, spinge il padrone di casa a optare per la prima soluzione: 100 euro senza fattura.

Lo Stato, giustamente, pretende che tutti chiedano la fattura davanti a «proposte indecenti», come quella di cui sopra. Di sicuro, la collaborazione fiscale è un valore, è un principio essenziale di coesione sociale. Così come le sanzioni a chi non rispetta gli obblighi fiscali vanno inflitte così come si danno le multe a chi passa col rosso. Le leggi vanno rispettate sempre, indipendentemente dalla situazione del bilancio dello Stato. Punto.

Ma lo Stato non deve agitare la bandiera della lotta all’evasione giurando di farlo in nome dell’equità fiscale, e non dell’aumento del gettito. Se così fosse, se sul serio fosse sincero con se stesso e con i contribuenti, beh allora lo Stato dovrebbe ridurre la pressione fiscale man mano che la battaglia contro le frodi tributarie produce i suoi frutti con l’incremento delle entrate statali. Invece il retropensiero dello Stato nell’azione repressiva (che poi tanto repressiva non è mai, alla luce dei diseducativi e beffardi condoni che si susseguono di anno in anno) è quello di incassare sempre di più, non di rafforzare la giustizia tributaria, tanto meno di ridurre le batoste sui contribuenti onesti e leali.
E così, con l’argomento sacrosanto che bisogna combattere e punire gli evasori, in realtà si ottiene l’effetto contrario: botte ai cittadini perbene, salvacondotti per i cittadini permale, inviti indiretti (a tutti) a inabissarsi nell’economia sommersa.
Questo ambaradan è la conseguenza perversa della cosiddetta «traslazione d’imposta», un escamotage caro due volte, per ragioni opposte. È caro ai governi perché affida ad altri, nell’ultimo caso a banche e assicurazioni, la funzione di gabelliere al posto dell’autorità pubblica. È caro, nel senso di costoso, al popolo degli innocenti perché toglie loro quello che non può togliere a tutti gli altri.

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