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Il caro prezzo da pagare per un paese indeciso a tutto

Nel 2012 ci capitò d’incontrare il Ministro dell’Economia del Qatar. L’uomo possiede le chiavi della cassa statale, con un fondo sovrano dalle potenzialità illimitate. Il Ministro italiano, alla ricerca di fondi come il pane, propose al Ministro del Qatar di investire sulle autostrade del nord, rappresentando un investimento che avrebbe reso fino all’8%. Il Ministro qatarino scosse il capo: “Noi non investiamo sotto un rendimento del 14%”. Allora il Ministro italiano, un po’ sorpreso, dirottò su un investimento sicuramente allettante per il Qatar: il rigassificatore di Brindisi. Il Ministro qatarino ci pensò qualche istante. Sorseggiò il the. E disse: “il rigassificatore ci interessa. Ma noi siamo spaventati dall’esperienza del rigassificatore di Rovigo. Infinite autorizzazioni, poi no, poi si, poi di nuovo no, poi si. Portateci prima un rigassificatore con tutte le autorizzazioni e poi se ne discute. Non vogliamo immobilizzare i nostri fondi senza certezze d’investimento”.

Questo incontro in Qatar è illuminante anche rispetto all’altalena autorizzativa sul gasdotto Tap, che finalmente sembra vicino allo sblocco. E’ illuminante perché ci fa capire la mentalità degli investitori dei quali l’Italia, e massimamente il Sud, ha bisogno come il pane. L’investitore straniero è anche propenso a rischiare, ma ha bisogno di certezza nella regolazione e nelle tariffe. Se investe in una autostrada italiana, ha bisogno di sapere che la convenzione di concessione con la formula tariffaria approvata per decreto o per legge non cambierà negli anni e resisterà ad ogni cambio di Governo. Se investe in un’opera ferroviaria approvata addirittura nella programmazione europea, ha bisogno di sapere che non sarà l’irrequietezza di movimenti di opposizione locale a fermare il treno. Se, infine, investe in un gasdotto transadriatico di 878 chilometri come il Tap, utilissimo in quanto destinato a portare in Europa il gas dell’Azerbaijan approdando nel Salento, non può firmare i contratti, immobilizzare i fondi, rifiutare altri possibili investimenti e infine veder saltare tutto perché il sindaco di un piccolo paese non è convinto o perché alcuni abitanti di quel paese scendono in piazza perché hanno deciso che quell’investimento non serve.

Il no ad un’opera come il Tap, già programmata, già avviata, ha dei costi. Costi di abbandono, nell’ordine di vari miliardi. Costi per le famiglie e per le imprese, che grazie al Tap risparmieranno il 10% sulla bolletta energetica. Ma anche costi in termini di credibilità, perché in una economia ormai globalizzata nessun investitore si fiderebbe mai di un Paese di Pulcinella in cui lo Stato oggi dice sì e domani no.

In Italia, nel codice dei contratti, c’è una norma che prevede, per ogni grande opera, il debat public, un pubblico dibattito. La stazione appaltante pubblica il progetto, una autorevole figura di mediazione raccoglie il parere di tutti i portatori d’interesse e delinea, sulla base delle loro testimonianze, tutti i pro e tutti i contro. A seguito di questo dibattito pubblico, che quando è fatto bene è una straordinaria forma di ascolto del territorio, viene presa una decisione, valutando attentamente i pro ed i contro. Ma la decisione presa a seguito del dibattito pubblico non può essere messa in discussione negli anni, anche se cambia il colore dei Governi. Almeno così avviene storicamente in Francia, dove il debat public è stato inventato. Perché l’Italia, che non ha nulla di meno della Francia ed anzi potenzialmente molto di più, non riesce ad essere, in questo senso, un Paese altrettanto serio?

Perché, da sempre, in Italia, prevale il campanilismo, l’egoismo territoriale, il populismo, la tentazione di acchiappar voti nei territori individuati per i grandi lavori, che comportano inevitabilmente onori ed oneri, benefici e sacrifici. Ma se la scelta della localizzazione è fatta con criteri scientifici e tecnici, a seguito di una analisi costi benefici, non può essere una manifestazione di piazza a far saltare un progetto. La decisione dello Stato deve essere autorevole, dopo aver valutato i pro ed i contro. Se lo Stato prima decide di sì e poi di no, perde autorevolezza con conseguenze disastrose sul piano della credibilità che poi si riflettono anche sull’economia.

L’archetipo della decisione autorevole e saggia è quello biblico del re Salomone. Che si attorniava di tutti i migliori consiglieri: li ascoltava attentamente, valutava i pro e i contro, poi decideva e la sua decisione era insindacabile. Da millenni celebriamo Salomone come il simbolo della saggezza. Ma non lo avremmo fatto se fosse stato un re “tentenna”, sempre in bilico tra un sì ed un no, sempre disposto a cambiare idea perché strattonato per la giacca o travolto da un tumulto di piazza. E i tumulti di piazza proliferano davanti al re “tentenna”, che li attira. Mentre pian piano si consumano davanti all’autorevolezza di uno Stato forte che prima di decidere ascolta, studia, legge, indaga, si confronta: ma quando decide decide. 

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