Lunedì 22 Ottobre 2018 | 02:57

Il Grande Slam di Flavia

Flavia Pennetta

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Sono pochi i campioni che si possono permettere un addio da vincente. Flavia Pennetta è uno di questi. Lo ha fatto in occasione della finale vinta degli Us Open nel 2015: “E’ il mio modo di lasciare il tennis”. In realtà lei la racchetta al chiodo non l’ha mai appesa. Perché di racchette ne aveva sei, tutte rigorosamente uguali. E dopo il discorso tenuto davanti ai 23mila dell’Artur Ashe Stadium di New York, prese quella con la quale aveva conquistato il titolo del Grande Slam e la ripose nel borsone, insieme alle altre. Morale? Non sapendo più quale sia, è stata costretta a conservarle tutte.

Oggi la nuova vita di Flavia gira intorno a Federico, il bambino nato dall’unione con Fabio Fognini, sposato a giugno del 2016, e ai commenti tv sul tennis. Lei ha sempre cercato una vita tradizionale costruita sui valori della famiglia. Alla fine della carriera, l’obiettivo lo ha centrato. Perché quando Flavia vuole una cosa, state pur certi che la ottiene. Lo dimostrano innanzitutto i risultati della sua carriera: numero uno al mondo in doppio; prima italiana ad entrare nella top 10 (sesta posizione il suo best ranking); 11 titoli in singolare (compresi Us Open e Indian Wells); 17 titoli in doppio, tra cui l’Australian Open e le Wta Finals; quattro successi in Federation Cup. Letti così, i successi, sembrano facili.

Per raccontare la vera storia della Pennetta bisognerebbe canticchiare la canzone di Lucio Battisti: …le discese ardite e le risalite, su nel cielo aperto, e poi giù il deserto e poi ancora in alto”. Lei si è sempre rialzata con una forza di volontà ed una determinazione fuori dal comune. Un ciuffo di bianchetto mangiato con olio e limone le scatena il tifo. Risultato? Ventuno giorni di ospedale e 41 di febbre. Quando si rimette in sesto decide di dedicarsi anima e corpo al tennis per una stagione. Se non fosse entrata tra le prime 100, avrebbe smesso. Alla fine dell’anno in classifica è al 93° posto. Alle Olimpiadi di Londra si rompe il polso ed è costretta ad operarsi. Tutti pensano che la carriera sia finita. Lei riprende la racchetta: tre anni dopo vincerà gli Us Open. La storia d’amore con Carlos Moya finisce male. Lei si lascia andare, perde dieci chilogrammi. Addio tennis? La delusione diventa rabbia agonistica.

Ed eccola qui, Flavia Pennetta, pronta a ripartire. Il segreto è nel suo sorriso, genuino, ammaliante, contagioso, dietro il quale si nasconde una incredibile voglia di vivere. Lo sport intenso non l’ha cambiata. Non l’ha resa un maschiaccio. Anzi. Lei ha incarnato lo stereotipo della fidanzata d’Italia. Ha sfilato come top model, ha illuminato il festival di Sanremo Fa avanti e indietro da Brindisi a Barcellona (dove è scoccato il primo bacio al marito) soprattutto nei weekend. Più del mare le è sempre mancata la montagna perché sciare era proibito a causa delle possibili conseguenze di una caduta. E in una famiglia dove tutti giocavano a tennis, tranne il gatto, questi sono particolari che contano. Ambasciatrice della Puglia che vince lottando, non esclude un giorno di ritornare su un campo di terra rossa nei panni di allenatrice di bambini: “C’è tanta pressione sui ragazzi giovani perché un giorno diventino dei campioni. Penso che ci sia un momento giusto per ogni cosa. Hanno bisogno di essere bambini, di divertirsi soprattutto, non devono essere professionisti a dieci anni. Hanno così tanto tempo davanti a loro. Perché correre in questo modo? Penso che siano molto spinti dagli sponsor, dalle famiglie, da altro ancora. In passato era tutto più rilassante. Ora vogliono troppo e troppo presto”.

Che bella vita, giocare a tennis? Non è proprio così. Giri come in un frullatore da una parte all’altra del mondo e non ti fermi mai. Ha sempre detto: ”Il tennis ti chiede e ti brucia se non sei pronto ad accettare i suoi ricatti agonistici, che sono il sale di questo sport”. Flavia Pennetta oggi guarda indietro senza troppa nostalgia, senza rimpianti. Si sta riprendendo quello messo da parte in tutti questi anni, all’ombra del totem della famiglia: sognava di avere figli da quando giocava con la Barbie. Aveva 8 anni.

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