Domenica 09 Dicembre 2018 | 19:59

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Giuseppe Rogoli

Nel Natale del 1981 nel carcere di Trani il (futuro boss) mesagnese pronunciava per la prima volta la parola mafia

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È trascorso quasi mezzo secolo da quando la notte del Natale del 1981 nel carcere di Trani, per la prima volta viene pronunciata la parola mafia da pregiudicato mesagnese Giuseppe Rogoli. Non per una manifestazione di vicinanza ai mafiosi siciliani, calabresi o campani. No. Si stanno gettando le fondamenta per quella che diventerà la quarta mafia, la Sacra Corona unita, la mafia pugliese che nel corso degli anni ha imbrattato di sangue la splendida Puglia.

Giuseppe Rogoli è un piastrellista mesagnese che all’epoca ha 32 anni, scolarizzazione quasi zero (a malapena ha completato le elementari) e sta scontando nel carcere di Trani la pena che gli è stata comminata per avere partecipato nel 1980 ad una sanguinosa rapina in banca a Giovinazzo: un tabaccaio che si trova dinanzi al suo negozio viene ucciso da uno dei colpi che i banditi sparano per coprirsi la fuga.

In carcere Rogoli era entra in contatto con esponenti della ‘ndrangheta. Si affilia a Umberto Bellocco, capobastone della cosca Bellocco, che gli conferisce il grado di santista e gli concede l’autorizzazione a creare la Sacra corona unita.

Con Rogoli partecipano alla creazione della Scu Vincenzo Stranieri di Manduria e Mario Papalia legato a Cosa nostra.

L’ispirazione, come per tutti i criminali mafiosi, è fortemente religiosa. Le tre parole che compongono la quarta mafia in itinere hanno un preciso significato: Sacra perché l’affiliazione è una consacrazione che non si può rompere; Corona perché è il simbolo del Rosario o corona, e Unita perché tutti i membri debbono essere uniti e forti come gli anelli di una catena.

Inizialmente l’affiliato giura di rappresentare sempre, sino alla morte, Giuseppe Rogoli: «Giuro su questa punta di pugnale bagnata di sangue, di essere fedele sempre a questo corpo di società di uomini liberi, attivi e affermativi appartenenti alla Sacra corona unita e di rappresentarne ovunque il fondatore Giuseppe Rogoli». Quando poi Rogoli diverrà solo il Sommo vecchio nella formula di giuramento verrà sostituita la fedeltà a lui con quella a San Michele Arcangelo.

La Scu è strutturata come la ‘ndrangheta. Il primo grado è il picciotto, quindi viene il camorrista, e poi gli sgarristi, santisti, evangelisti, trequartisti, medaglioni e medaglioni con catena. Otto medaglioni con catena compongono il vertice che comanda la squadra della morte. La Scu si sviluppa velocemente. Fa proseliti soprattutto tra tanti giovani mesagnesi senza lavoro e un po’ scapestrati. Rogoli dal carcere tiene le fila dei suoi ragazzi. Ma ampliandosi cominciano a sorgere i problemi. Antonio Antonica, giovane mesagnese, che è il primo affiliato a Rogoli, riceve dal suo capo la mansione di reggente. Quando rifiuta di trafficare con la droga Rogoli lo fa ammazzare. Per eliminarlo sono necessari bel due tentativi. Nel primo i sicari, che lo hanno atteso mentre rincasa, riescono solo a ferirlo. Non sbagliano invece quando fanno irruzione in ospedale e lo freddano nel letto in cui è ricoverato per le precedenti ferite.

Da questo momento è una scia di sangue. Le cosche più agguerrite e vicine a Rogoli sono quelle di Salvatore Buccarella di Tuturano, di Giovanni Donatiello e Giuseppe Gagliardi, mesagnesi, e di Ciro Bruno di Torre Santa Susanna.

Lo scontro intestino è terribile. Nel 1990 nel Brindisino si contano oltre 50 omicidi e con gli assassinii arrivano anche i primi pentiti e i primi arresti. Cade l’insospettabile Cosimo Screti di Torre Santa Susanna, un politico dalla faccia pulita accusato di essere il cassiere della Scu.

Nasce la Sacra corona libera con i nuovi arrivati: Antonio Vitale, Massimo Pasimeni, Massimo D’Amico. Un breve periodo di tranquillità nella quarta mafia che viene interrotta dal pentimento di D’Amico. Sulle ceneri di questa Scu si inserisce il breve periodo di Giuseppe Leo, un odontotecnico mesagnese, di una ferocia inaudita. Dopo avere ammazzato l’ultimo dei suoi avversari interni, viene denunciato da uno degli uomini dell’ucciso. Subito dopo la cattura si pente.

A questo punto le redini tornano in mano a Massimo Pasimeni e ad Antonio Vitali. Al quale si aggiungono gli emergenti Ercole Penna, marito della nipote della moglie di Rogoli, e Daniele Vicentino, entrambi mesagnesi. Questo nuovo vertice deve fare i conti con quella scheggia impazzita che sono il brindisino Vito Di Emidio e i suoi uomini. Condannato all’ergastolo Di Emidio si dà alla latitanza. Viene catturato nel maggio del 2001 e si pente pure lui, confessando venti omicidi (forse ventuno, non ricorda il numero esatto).

Penna e vicentino danno una nuova veste alla Scu. Niente più affiliazioni e investimenti nelle attività illecite. La nuova Scu si appoggia su tanti imprenditori insospettabili e investe attraverso loro. Propugna la pace sociale e il consenso tra la popolazione. Penna mantiene basso il profilo e riesce anche a vincere la resistenza di Vicentino che vorrebbe attuare una strategia della tensione. Il 29 settembre del 2010 Penna viene arrestato assieme a tanti altri. Sfugge Vicentino ma sarà catturato dopo qualche mese. Penna il 9 novembre successivo chiede di parlare con il sostituto procuratore antimafia Alberto Santacatterina e inizia la collaborazione.

Il post Penna è ricco di collaboratori di giustizia. Si pentono in tanti. Accusano capi, gregari e anche i loro parenti più stretti, consentendo alla giustizia di entrare in meandri della criminalità molto difficili da individuare. Giuseppe “Gabibbo” Gravina falcidia la sua famiglia con chiamate di correità. Stessa cosa Sandro Campana che praticamente scava la fossa sotto i piedi del fratello Francesco, nuovo capo della frangia mesagnese, che sino ad allora era riuscito ad evitare le accuse di omicidio.

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