Mercoledì 12 Dicembre 2018 | 04:24

I Bronzi del mistero, una nave mai trovata un fondale da scoprire

Ritrovamento storico Porto Brindisi: Bronzi di Punta del Serrone

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I riflettori puntati su porto di Brindisi nell’estate del 1992. A due miglia a nordovest dello scalo marittima, a Punta del Serrone, si va svolgendo un’importante e coinvolgente operazione di archeologia subacquea che, a 16 metri di profondità e a 400 metri dalla riva, ha individuato ‘un tesoro’. Un tesoro purtroppo fatto a pezzi, come si vedrà.

Tutto ha inizio il 19 luglio, con la scoperta di… un piede misura 43. È un piede di bronzo intercettato durante un’immersione del comandante del Gruppo dei Carabinieri della città. Si individua quindi il giacimento archeologico che ospita, su un tappeto di frammenti di bronzo, due statue e una testa maschile e, nel mese di agosto, si avvia un’organica campagna di scavo con la conseguente messa in sicurezza dei materiali evidenziati in vista del cambiamento del clima che li avrebbe accolti dopo i tanti secoli trascorsi negli abissi del mare.

Il carico raccoglieva, come si vedrà, bronzi di epoche diverse, dall’ellenismo al periodo imperiale romano, affondati in seguito ad un naufragio avvenuto in età tardo antica, tra IV e V secolo d. C., come attestano alcune anfore di quel periodo che erano a bordo.

Ad operazioni concluse, compreso il restauro affidato ai laboratori fiorentini, e lo studio dei materiali, insieme ad alcune certezze, emersero molti dubbi sulle ragioni del viaggio e sulla provenienza degli oggetti trasportati.

Dei 700 manufatti, dei quali solo una parte (circa 200) identificabili si riconobbero soprattutto teste, spalle, braccia, mani, dita, gambe e piedi, frammenti di corazze e di panneggi, di volti e di capigliature, ma anche parti di una coppia di ali che appartennero ad una statua alta più di 2 metri. Un insieme a prima vista incomprensibile. Viene escluso, però, per il tipo di giacimento, che il carico fosse stato gettato in mare, come avveniva di solito, per alleggerire la nave in caso di tempesta.

Ma i resti della nave, ahimè non si trovano. Il fondale roccioso, che trattenne nei suoi spazi intricati i materiali, compromettendone ulteriormente la frantumazione, non protesse infatti lo scafo che i venti e le correnti, dopo l’impatto sulla scogliera, trascinarono al largo favorendone la distruzione. Conservando però, insieme ai bronzi, parte dell’attrezzatura di bordo e le stoviglie in uso ai marinai.

Sopravanzavano però altri quesiti. Dove era diretta la nave e quale destino era riservato ai bronzi, alcuni di raffinata qualità, altri meno accurati, peraltro già compromessi irrimediabilmente al momento dell’imbarco? Forse erano destinati a procedimenti di fusione e l’imbarcazione era diretta a Brindisi dove peraltro erano attive industrie metallurgiche. Improbabile quindi che si trattasse di scarti di officina, come alcuni pensavano, data la qualità di esecuzione dei frammenti meglio conservati, così come era da escludere che i bronzi viaggiassero per essere musealizzati, giacché lo stato di conservazione non lo consentiva. In alcuni casi infatti erano chiare anche le tracce di colpi violenti inferti per ridurne le dimensioni.

Ma prima di essere avviate a diventare metallo dove erano collocate le statue e i ritratti e quali erano i luoghi e il contesto di appartenenza? Gli studiosi interrogano quindi i resti delle sculture compromesse dall’azione degli uomini e del mare e cercano delle risposte. Alcuni personaggi si rivelano e consentono alcune ipotesi sul luogo che li accoglieva e dal quale fu barbaramente strappato.

Katia Mannino, archeologa dell’Università del Salento e, per alcune sculture, Paolo Moreno dell’Università di Roma Tre hanno affrontato il problema complesso dell’analisi iconografica e della provenienza con proposte convincenti, in grado di dissolvere le ombre che avvolgono la storia di queste immagini.

Il carico era partito dalla Grecia, si sostiene, dove popolavano santuari o edifici pubblici o ville di importanti famiglie. Certamente alla dea della Vittoria , simile a quella che oggi accoglie a Parigi i visitatori sullo scalone del Louvre, apparteneva le grandi ali spiegate, mentre una grande statua di Apollo, scolpita alla fine del IV secolo a. C., indossava la veste e il mantello di cui restano alcuni tratti del panneggio. Molte erano le parti del corpo e delle vesti di statue maschili e femminili. Alcune rappresentavano filosofi, come suggerisce la testa, perfettamente conservata, di Antistene, il filosofo cinico allievo di Socrate, il cui ritratto era stato scolpito da Silanion, un grande bronzista ateniese della fine IV secolo a. C. O come quella frammentaria ma assai incisiva nel modellata che rimanda sempre a iconografie ellenistiche di filosofi e oratori. Spicca tra tutte, per imponenza e realismo del volto, l’immagine del principe ellenistico, identificato con Lucio Emilio Paolo che, nel 168 a. C. nella battaglia di Pidna, segnò la vittoria di Roma sulla Macedonia. L’opera proveniva da un museo come stanno ad indicare le due lettere kappa ed epsilon che riconducono al numero 25 di un probabile inventario.

I frammenti restituiscono anche ritratti e statue di esponenti della famiglia imperiale. C’è infatti il ritratto di Tiberio una volta, posto su una statua vestita di corazza e quello piuttosto raro di Elio Cesare, adottato dall’imperatore Adriano e da lui inviato in Pannonia e morto prematuramente. Al tempo degli imperatori Antonini rimandano in realtà molte delle immagini raffigurate nei bronzi. Ci sono anche la testa di Faustina minore, moglie di Marco Aurelio e quella di una bellissima bimba dall’acconciatura accurata, forse la figlia dell’imperatore filosofo.

È però la figura di un adolescente in atteggiamento melanconico, avvolto nel mantello, quella che forse più delle altre orienta sulla provenienza del complesso statuario. Il giovinetto di bronzo è Polydeukion, allievo prediletto e figlio adottivo di Erode Attico, il sofista ateniese, grande mecenate, amico degli imperatori Adriano e Antonino Pio, chiamato a Roma come precettore di Marco Aurelio e di Lucio Vero. Sappiamo che Polydeukion morì a soli 15 anni lasciando nello sconforto il suo maestro che, per ricordarlo, gli dedicò numerosi ritratti diffusi tra le sue ville, monumenti pubblici e santuari della Grecia, costruiti o fatti restaurare per sua munificenza. Una statua del fanciullo era posta anche nel santuario di Apollo a Delfi, dove una base di marmo poi rimossa nel IV secolo d. C. ricordava il nome ‘dell’eroe di Erode’ famoso per saggezza e dignità. Le altre sculture della famiglia imperiale ricordano altresì immagini della galleria della villa di Erode nel Peloponneso che ospitava statue di divinità, di filosofi, atleti ed eroi, originali greci ed opere di età romana.

Ma se non è certo che i bronzi di Punta del Serrone facessero parte di una collezione di Erode Attico, si può ipotizzare che un museo ospitasse la statua di Lucio Emilio Paolo e che nel santuario di Apollo a Delfi era collocata la statua del giovane amato da Erode Attico. A Delfi peraltro, in un’esedra fatta costruire dal filosofo ateniese, erano disposte le statue della famiglia imperiale e della sua famiglia.

Partirono quindi da Delfi, dal santuario di Apollo, privato dall’imperatore Teodosio dell’esercizio del culto e forse anche da altre città della Grecia, le statue affondate nel mare di Brindisi dopo essere state irrimediabilmente colpite.

Se questo è probabile, è certo però che, ripescati dopo secoli e, in seguito a un mirabile restauro che ha restituito ad alcuni forma e identità, i bronzi di Punta del Serrone si offrono di nuovo, in un allestimento di grande suggestione nel Museo archeologico di Brindisi, all’ammirazione di altri uomini, sulla costa di un altro mare.

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