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Pulitzer e musica, l’audacia del premio

Pulitzer e musica, l’audacia del premio

«Sono felice che l’edizione 2022 sia stata vinta da Raven Chacon, perché penso si tratti di una delle menti più creative e spiazzanti»

17 Maggio 2022

Emanuele Arciuli

Nato nel 1917, il Pulitzer è un premio tra i più prestigiosi al mondo, ed è considerato una sorta di Oscar per il giornalismo; ma anche in ambito letterario è un riconoscimento autorevole, tant’è che lo hanno vinto scrittori di enorme talento e importanza (nel 1998, per fare un esempio, Philip Roth con Pastorale Americana).

È forse meno noto che dal 1943 la Columbia University, cui il premio fa capo, ha istituito anche un Pulitzer per la musica, di fatto una sinossi della musica americana degli ultimi ottant’anni.

La prima edizione la vinse quel William Schuman che, bancario di professione, si dimise dal posto fisso dopo aver ascoltato un concerto di musica classica, prese lezioni e divenne fra i maggiori sinfonisti americani dell’epoca. Una tipica storia a stelle e strisce, perché – per fare un esempio – Steve Reich e Philip Glass hanno lavorato rispettivamente come tassista e traslocatore, in gioventù. Fra gli altri premiati, accanto a pochissimi nomi oscuri, ci sono alcuni dei più grandi compositori della scena statunitense, da Aaron Copland a Charles Ives, da Samuel Barber (due volte) a Steve Reich, appunto. Naturalmente tanti grandi compositori non lo hanno mai vinto, Bernstein per fare l’esempio più noto, e Gershwin ha dovuto accontentarsi di una menzione d’onore. Il Pulitzer, del resto, ha – specie negli ultimi anni – forti implicazioni «politiche», e senza nulla togliere al valore di certe scelte recenti, mi pare che qualche premio abbia quasi un senso risarcitorio: specie in questo periodo, cioè nella attuale temperie culturale americana, segnata da cancel culture e political correctness, il fenomeno non è isolato. Lo stesso discorso vale in ambito letterario, e potrebbe estendersi all’American Book Award.

Ad ogni modo, e a prescindere da quelle che siano state le dinamiche che hanno portato alla scelta, sono felice che l’edizione 2022 del Pulitzer sia stata vinta da Raven Chacon, perché penso si tratti di una delle menti più creative e spiazzanti della musica americana attuale. Raven, oggi quarantaquattrenne, è nato a Chinle, nella riserva Navajo in Arizona, e vive tra New York e Albuquerque, dove l’ho conosciuto nel lontano 2005. Era un ragazzino, e al concerto che lo vedeva protagonista – assieme al suo mentore Louis W Ballard – arrivò accompagnato dai genitori. Mi colpì la sua musica, fatta di rumori, di suoni elaborati al computer, una musica che non si poteva definire bella in senso classico, ma non apparteneva a quel mare magnum di musica insignificante (più precisamente, mediocre) che tanti compositori ci dispensano con non richiesta generosità e a ogni latitudine. No, era una musica che induceva al pensiero, un po’ come quella di John Cage. Gli chiesi allora di scrivermi un brano per pianoforte, e Raven compose per me Nilchi Shadaji Nhalhagali, la più strana e inusuale delle pagine per pianoforte che conosca (Chacon, che suona la chitarra in gruppi rock ed è anche dj, detesta il pianoforte e la letteratura ad esso collegata, ma questo ha rappresentato, sorprendentemente, un vantaggio). Il mese scorso, eseguendo il pezzo di Raven Chacon ad Albuquerque, nella stessa sala in cui l’avevo conosciuto 17 anni prima, e con lui – ormai con i capelli grigi – alla regia del suono, ho avuto la sensazione di un cerchio che si chiudeva, e di vivere una bella storia, un po’ come quella del bancario William Schuman. Dopo esattamente un mese, per Voiceless Mass (per ensemble e organo a canne), è arrivato il Pulitzer, il primo assegnato a un Native American. Non potevo non raccontarvelo.

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