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Saranno altri due capolavori beethoveniani a caratterizzare il prossimo concerto in streaming di domani, martedì 15 dicembre alle 20,30, proposto dall’Ente Lirico barese: al Teatro Petruzzelli torna la pianista Beatrice Rana, diretta da Giampaolo Bisanti, appena riconfermato direttore stabile dell’Orchestra del Teatro. Nell’impaginato beethoveniano, il Concerto n. 4 per pianoforte e orchestra op. 58 e la Sinfonia n. 7 op. 92. L’evento sarà trasmesso sul sito ufficiale fondazionepetruzzelli.it, sulla pagina Facebook ufficiale e sul canale YouTube della Fondazione, e resterà disponibile alla visione per un mese.

Se la pianista leccese non si è risparmiata nel partecipare alle celebrazioni per i 250 anni dalla nascita di Beethoven (si è esibita più volte questa estate nel Terzo Concerto, diretta da grandi bacchette come Gergiev, Noseda o Luisi), stavolta toccherà a un altro caposaldo come il Quarto Concerto. Diverso dai tre precedenti, e differente rispetto alle due opere che il compositore tedesco stava scrivendo contemporaneamente all’op. 58, finito tra il 1805 e il 1806: la Quinta Sinfonia e l’opera Fidelio. Due tra le composizioni che raccontano ed esprimono il Beethoven noto ai più: l’uomo titanico, guerresco e fieramente imperioso che conosciamo. Eppure basta ascoltare l’Andante con moto, il movimento centrale del Quarto Concerto, per capire quanto lo stesso Beethoven desiderasse uno stato di sublimazione autentica, lontano dai clamori e dalle «battaglie» della scrittura orchestrale. L’amato pianoforte, in quel secondo tempo, sembra rifiutare gli accordi sferzanti dell’orchestra, cercando dentro di sé la comunione con il mondo, con la vita e con l’essenza dell’arte: rifugiandosi in un intimismo altissimo, un lirismo commovente e denso di significati.

Beethoven sembra dirci che anche lui è umano, troppo umano: fragile e bisognoso di cure e attenzioni, quelle che ogni singola frase del breve movimento centrale sembra suggerire. È una sensazione che si ritrova in parte anche negli altri suoi Concerti per pianoforte e orchestra: su quei pentagrammi va in scena una storia di grande e piccola umanità, un bozzolo che il compositore tedesco cura amorevolmente in attesa che sbocci, circondandolo di calore e dialogando col suo strumento come si fa con un bambino, al quale si tenta di spiegare qualcosa che possa comprendere. Da qui nasce il senso inatteso di alcuni ribattuti, dei ritmi iterati e degli intervalli tipici del suo fluire armonico: stavolta non governati dall’impeto dei cingolati in assetto di guerra, bensì accarezzati con un fiore. Il Beethoven del Quarto Concerto, da questo punto di vista, si mette a nudo e riflette, con grande affetto, dell’umana miseria. Dandole però un connotato di grandezza autentica. E racchiudendo tutto ciò con la meraviglia dello stupore.

Scritta sei anni dopo, nel 1812, è invece la Sinfonia n. 7, quella che Richard Wagner definisce «l’apoteosi della danza nella sua suprema essenza, la più beata attuazione del movimento del corpo quasi idealmente concentrato nei suoni». Eseguita per la prima volta a Vienna nel 1813, ed entrata subito nel grande repertorio sinfonico, anche in tal caso è un capolavoro in cui l’idea di armonia e di «gioia» conquistano Beethoven. Dopo gli impeti bellicosi della Quinta Sinfonia, l’uomo pare raggiungere una nuova compiuta consapevolezza nei riguardi dell’universo, quasi una presa di coscienza nel senso di una rinnovata e ideale sintonia di fronte alle sue leggi eterne.

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