Lunedì 21 Gennaio 2019 | 02:38

LETTERE ALLA GAZZETTA

Treni, chiediamoci se serve davvero piangersi addosso

Ricordo che quasi quarant’anni fa, quando incominciai a lavorare a Terlizzi ma vivevo ancora a Bari, spesso prendevo il treno della Ferrotramviaria, anche per motivi di maggior sicurezza. La statale 98 aveva solo due corsie lungo tutto il percorso e la statale 16 bis non era stata ancora ultimata, mentre la miglior alternativa era l’autostrada fino a Molfetta, gravata però da un sia pur piccolo pedaggio. Farmi portare mi rassicurava, in specie quando il tempo era cattivo, essendo talvolta al ritorno parecchio stanco per la notte insonne, tanto che spesso finivo con l’appisolarmi. Sapevo che potevo stare tranquillo: se non fossi sceso alla fermata giusta sarei arrivato al capolinea, senza alcun danno. Gli elettrotreni di colore grigio (immortalati da un bel servizio televisivo: raccontava del pittore Domenico Cantatore che tornava in visita alla sua Ruvo) o in alternativa i vagoni trainati da motrice erano un po’ datati, piuttosto rumorosi, e soprattutto rovinati dagli immancabili vandalismi, purtroppo non infrequenti dalle nostre parti. La linea era tutta a binario unico e quindi di necessità le coincidenze da rispettare con relativa perdita di tempo. Viaggio piuttosto lento, ma non ho mai pensato potesse non essere sicuro.
Poi è arrivato l’ammodernamento, grazie anche all’Europa, col raddoppio dei binari per oltre la metà dei chilometri, creazione di sottopassaggi e nuove stazioni, rifacimento di marciapiedi e pensiline, finalmente vetture moderne, comode e silenziose. Importanti la linea metropolitana per il quartiere San Paolo e l’utilissima deviazione per l’aeroporto, opportunità fantastica per chi abita a nord di Bari, perché consente di arrivare da casa propria fino all’aereo. Ciò ha significato inevitabilmente un notevole aumento del numero delle corse e questo mi ha procurato qualche apprensione, pur se ora il treno lo uso più di rado, in particolare verso il capoluogo. E in realtà a me non preoccupava il punto dove è avvenuto l’incidente quanto l’altro binario unico, nell’imbuto che conduce alla stazione centrale di Piazza Moro, ove i treni passano a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro. Di conseguenza la paura non era tanto di uno scontro frontale, quanto della possibilità di un tamponamento. Oggi sappiamo che non sarebbe potuto accadere, visto che lì c’è il blocco automatico, quello che mancava sul luogo del disastro. Ma chi lo utilizza purtroppo che ne sa? Si fida e basta. Altrimenti non si vive.
Il via libera legato ad un telefono la causa? Chissà! Questi eventi, che nessuno vorrebbe ma che si verificano puntualmente e quando meno te lo aspetti, scoperchiano la pentola senza fondo delle colpe istituzionali, gestionali e personali. E poi le solite storie di espropri difficili, ricorsi infiniti, giudizi controversi, lungaggini burocratiche e tempi biblici. Cercare e punire i colpevoli è doveroso per rispetto delle vittime, anche se nessuna condanna e nessun risarcimento potrà dar nuovo alito a tante vite spezzate. Giusto che se ne sia parlato, talvolta con plateali inesattezze (come al Tg3 della sera che più volte ha indicato un punto di impatto sbagliato, localizzato tra Ruvo e Corato) ma anche tanta enfatica dietrologia, su un Sud arretrato, sfruttato, trascurato. In giro c’è sicuramente di peggio, e non solo in Italia. Ne è conferma che di tanto in tanto si sente di incidenti analoghi in altre nazioni europee che ci piace definire più civili della nostra. Chiediamoci allora, ancora una volta, serve davvero piangersi addosso, esponendoci a becere critiche di chi certo non ci ama, perché tutto vada meglio?

Giuseppe Gragnaniello, Terlizzi (Ba)

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