Domenica 20 Gennaio 2019 | 10:22

NEWS DALLA SEZIONE

Nuovo vaccino anti-influenza da colture cellulari

 

Il bergamotto medicina del cuore

 

Che influenza ci porta la befana?

 

Giulio Tarro, premiato miglior virologo al mondo

 

Babbo Natale acquista un'app per i trapiantati di rene

 

Lunga e buona vita ai trapiantati, ma hanno difficoltà a curarsi

Salute & Benessere

Nicola Simonetti

Nicola Simonetti

Vivere in salute: suggerimenti, risposte, piccoli accorgimenti per gestire la propria giornata, l’umore, l’alimentazione, il ricorso a farmaci, come affrontare al meglio gli impegni di lavoro, di responsabilità, il riposo ed il diporto, l’attività fisica. Inoltre, una finestra aperta sulla ricerca, sulle novità che la medicina ci offre ora e ci riserva e promette per il prossimo futuro.

Un’indagine etnografica, realizzata da Elma Research per conto di Chiesi Italia, ha analizzato il vissuto dei trapiantati di rene, con particolare attenzione all’impatto sulla quotidianità della terapia cronica anti- rigetto, al fine di far emergere i principali bisogni insoddisfatti riscontrati nella fase post-trapianto. Ne è emerso il bisogno dei pazienti di sentirsi meno soli una volta tornati a casa. In risposta a queste esigenze è stata messa a punto, con supporto di Chiesi Italia, l’ “app ReNew”, dedicata ai pazienti riceventi trapianto di rene - 20mila in Italia - per aiutarli a gestire correttamente la terapia e rendere più semplice e immediata la condivisione delle informazioni col medico.

“L’ausilio tecnologico – ha detto il prof. Loreto Gesualdo, direttore nefrologia e presidente scuola di medicina, università di Bari, responsabile regionale programma trapianti – pur efficace, non basta. Il malato ha anche bisogno di sentire che il medico si penda cura di lui, lo ascolti, si carichi di empatia. Il trapianto d’organo apre le porte ad una nuova vita, non soltanto perché aumenta la sopravvivenza del paziente, ma anche perché è in grado di restituirgli un’ottima qualità di vita. Infatti, il paziente che prima dell’intervento conduceva una vita con fortissime limitazioni e incerte prospettive, dopo il trapianto, può riprendere a guardare al futuro con fiducia, come dimostrano le statistiche sul reinserimento nella normale vita sociale del paziente trapiantato: il 92,7% dei trapiantati di rene e l’85,5% di quelli sottoposti a trapianto di fegato lavorano o sono nelle condizioni di farlo e quindi sono stati pienamente reinseriti nella normale attività sociale. La riuscita del trapianto dipende molto dalla capacità del paziente di adeguarsi alle esigenze dell’organo trapiantato, e quindi dalla sua partecipazione attiva e consapevole alle raccomandazioni sul programma terapeutico e lo stile di vita”.

La terapia immunosoppressiva è indispensabile per il buon esito di un trapianto in quanto è mirata a prevenire il rigetto d’organo. La terapia ha inizio durante l'intervento chirurgico stesso e prosegue per tutta la vita del trapiantato che dovrà assumere quotidianamente dei farmaci in grado di inibire alcune funzioni del sistema immunitario che porterebbero al riconoscimento del nuovo organo come “estraneo”, inducendone il rigetto. Si tratta di farmaci che richiedono un monitoraggio seriato dei livelli ematici nel sangue, in modo da garantire la migliore efficacia con la minore tossicità; ogni modifica della posologia dovrebbe essere effettuata solo dal personale medico del Centro Trapianti di riferimento.

La mancata aderenza al programma terapeutico si associa a una maggior incidenza di complicanze, perdita dell’organo trapiantato e mortalità, a una riduzione della qualità di vita e un aumento dello stress psicologico per il paziente. Tra le principali cause della non aderenza si rilevano: scarsa educazione terapeutica del paziente, regimi terapeutici complessi, effetti collaterali delle terapie, dimenticanza nell’assunzione dei farmaci, fattori psicosociali. Il trapiantato dovrà periodicamente effettuare esami diagnostici (pressione arteriosa, glicemia, esame urine, peso corporeo, ecc), proteggersi da possibili fonti di infezioni, non fumare, seguire alimentazione corretta e, se trapiantato di fegato, evitare alcolici, eseguire abituale attività fisica compatibile. Intraprendere una maternità o una paternità dopo un trapianto è possibile, ma – ha detto la prof. Patrizia Burra, univ. Padova, già presidente della Società internazionale trapianto di fegato - è necessario pianificare il momento più opportuno e la terapia anti- rigetto più adeguata insieme ai medici del Centro trapianti.

“Il trapianto di rene – ha detto Gesualdo - rappresenta il trattamento preferenziale per i pazienti con malattia renale cronica grave, in quanto offre maggiori probabilità di sopravvivenza e migliore qualità di vita rispetto al trattamento dialitico. In Italia, su un totale di 2.200.000 persone tra i 35 e gli 80 anni affette da malattia renale cronica, all’incirca 40.000 sono in trattamento emodialitico e circa 20.000 hanno ricevuto un trapianto. La malattia renale cronica – la cui prevalenza aumenta dopo i 50 anni, anche per effetto di una maggiore incidenza di patologie quali diabete e ipertensione – indica la progressiva perdita della funzionalità renale. Per poter mantenere in vita il paziente giunto agli ultimi stadi di malattia, è necessario procedere alla terapia sostitutiva: dialisi e/o trapianto renale.

I tassi di sopravvivenza dei pazienti trapiantati sono di gran lunga superiori a quelli dei soggetti dializzati: secondo il Registro della Società Italiana di Nefrologia (SIN), in Italia la mortalità annua di un paziente in dialisi è del 15-17%, e la mortalità a 5 anni è superiore al 70%, dunque parliamo di valori altissimi. All’opposto, nei pazienti trapiantati di rene si registrano percentuali di sopravvivenza superiori all’85%, numeri da cui possiamo facilmente dedurreche il trapiantoè vita, e trapiantare vuol dire donare qualità di vita agli anni vissuti. Per questo motivo, al fine di ridurre il numero di pazienti dializzati, sarebbe auspicabile, anche in Italia, promuovere in maggior misura i programmi preemptive (ovvero trapianti pre-dialisi), auspicando anche un maggior ricorso a donatore vivente. Va sottolineato – conclude Gesualdo - che colui che dona un rene ha una durata di vita che supera quella dei suoi coevi”.

“Il trapianto di fegato – dice la prof. Burra - rappresenta il trattamento di scelta per le malattie epatiche croniche, acute e fulminanti, quando le diverse terapie disponibili, farmacologiche e chirurgiche, non sono in grado di assicurare la sopravvivenza del paziente. Le indicazioni per il trapianto sono: la malattia cronica del fegato e l’epatite fulminante. Con il 2016, si è osservata una crescita record, sia dei donatori (i donatori utilizzati sono aumentati dell’11,5% rispetto al 2015), sia del numero dei trapianti, incrementati del 13%, per un totale nel 2016 di 1.213; nel 2017, il numero di trapianti è stato di 1.296, supportato dall’aumento della sopravvivenza dell’organo e del paziente, e dal miglioramento della qualità di vita dopo il trapianto. Abbiamo evidenze anche di pazienti che sopravvivono a 20 anni dal trapianto.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400