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Dal calcio ai funerali della Regina Elisabetta

Dal calcio ai funerali della Regina Elisabetta

Foto Ansa

La vita di ciascuno è ormai in diretta, siamo «on life». Il ritmo lento e cadenzato del corteo funebre ma «vecchio» per il tempo accelerato in cui siamo immersi

20 Settembre 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

È stato calcolato che per i funerali della Regina Elisabetta almeno 4 miliardi e mezzo di persone, cioè più della metà degli abitanti del pianeta, abbiano assistito alla diretta. In Italia è stata curata una lunga trasmissione, dalle 10 alle 18 di lunedì 19 settembre, sia su Raiuno che su Canale5. Più una serie di speciali e altri programmi in tema.

Parlare oggi di diretta ha poco senso, dal momento che la vita di ciascuno tende sempre a svolgersi in diretta. «On life» è il nuovo termine nato dalla crasi fra online e life per indicare la continua interazione tra «realtà» virtuale e interattiva e quella digitale e materiale. Quando non vivevamo così, la diretta non solo era riservata a eventi eccezionali, ma era essa stessa un evento. La radio è stato il primo strumento a realizzare dirette, abbattendo quel lasso di tempo che intercorreva tra il fatto e il suo racconto attraverso i giornali a stampa. Poi sono arrivati la tv e il web e, infine, gli smartphone che consentono a tutti di fare dirette ogni santo momento del giorno. Non c’è bisogno che ci sia un evento da riproporre online, è l’intera vita di una persona – da quando si alza al mattino a quando va in ufficio, a scuola, a pranzo, in discoteca, in palestra, con gli amici che merita di essere diffusa: è l’on life appunto.

Gli avvenimenti privilegiati per le dirette sono quelli prevedibili e che quindi consentono preparativi meticolosi e accurati, come appunto i funerali di lunedì della sovrana inglese. In prima linea ci sono gli eventi sportivi che, storicamente, sono stati anche i più seguiti in diretta, a cominciare dalle Olimpiadi per finire ai Mondiali di calcio. Ma anche quando la diretta è prevista e ben organizzata la realtà può riservare sorprese, come accadde in Italia nel programma sulla discesa del primo uomo sulla Luna. Più dell’evento, di quella diretta è rimasto lo «scontro» fra i due giornalisti Ruggero Orlando e Tito Stagno – uno a Washington l’altro a Roma – che raccontarono in maniera differente la storicomomento dell’allunaggio. Le dirette non sono mai una registrazione asettica e fedele della realtà, come spesso si crede. Ma il mezzo usato – radio, televisione o web – ci aggiunge sempre qualcosa di suo, filtra sempre la realtà dei fatti. E poi ci sono i commenti e le spiegazioni di chi cura la diretta.

Oggi, per esempio, molti incontri sportivi – dalla pallavolo al calcio, dal tennis all’automobilismo – vedono la presenza di esperti oltre che di giornalisti. Il più delle volte si tratta di ex atleti di quella disciplina  che spiegano difficoltà, meriti ed errori visti sugli schermi. Ma come sempre il troppo storpia e ora è diventato impossibile godersi una partita di calcio in tv senza essere sommersi da schemi tattici, teorie sociologiche, principi della fisica. Si parla del pallone come se fosse una scienza esatta, perché questo serve che sia e che così sia percepito al sistema globale che ne ha fatto uno dei più lucrosi affari. Tanto più che se il calcio è spacciato come una scienza al limite di una religione, ha bisogno dei suoi profeti e dei suo sacerdoti.

Perché una diretta abbia anche successo di pubblico non basta l’evento che trasmette. Serve anche che riesca a creare un pathos, un feeling con gli utenti. Bisogna dirlo, il funerale della regina Elisabetta non ha suscitato particolari emozioni, anche se lo speciale del Tg1 in Italia ha avuto il 33,54 di share (3.383.000 telespettatori). Eppure le immagini fornite dalla Bbc era bellissime, spettacolari e hanno coperto ogni centimetro dell’interminabile percorso, senza lasciare «buchi». Il perfettissimo corteo era ripreso, con tanti primi piani, anche quando passava sotto i ponti o in spazi angusti. Regia eccellente, regalo della tv di stato inglese (che prende solo il canone ma non la pubblicità) alla sua regina. Eppure non ha emozionato, nonostante i commenti di preparatissimi giornalisti a cominciare dalla direttrice del Tg1 Monica Maggioni che della diretta ha fatto la sua cifra professionale.

Vuoi l’infinita serie di programmi, articoli, servizi, inchieste ricostruzioni che per giorni hanno preceduto i funerali, vuoi i ritmi della cerimonia, dopo 10 minuti tutto risultava ripetitivo. Anche perché non c’era nulla di previsto che accadesse e nulla di imprevisto è accaduto. In televisione non c’è guaio peggiore dell’assenza di «stacchi», cioè di qualcosa che interrompa il corso normale del programma. È la ragione per cui nei talk show si inserisce la rissa, nel festival musicale un personaggio altro, nella trasmissione sportiva un comico. Per tenere alta l’attenzione e quindi lo share c’è bisogno di continui piccoli elettroshock, a maggior ragione nella tv dei nostri tempi quando – è stato calcolato – lo span attenzionale, a causa dell’uso forsennato degli smartphone, è sceso da 12 minuti a 5 secondi. Lo chiamano «declino mentale» e, ovviamente, i giovani sono i soggetti che più ne soffrono.

Invece tutto il cerimoniale del funerale era solenne, lento, cadenzato. Nonostante gli sforzi della regia di giocare con inquadrature, volti, colori, angoli di ripresa, alla fine stancava e risultava vecchio, troppo vecchio per il mondo accelerato in cui siamo immersi. Del resto tre quarti di secolo non sono passati senza lasciare il segno e nessuna diretta può cancellarli.

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